Solo dio lo sa

Chiudi gli occhi, dice la voce. E il carrello mi fa scivolare nel tunnel, un gigantesco grembo di plastica che in pochi secondi m’inghiotte così come sono, orizzontale, e intera. Tutto comincia qui dentro, quando sento dei rumori molto forti e per non farmi prendere dalla claustrofobia penso: sono al concerto dei Prodigy sono al concerto dei Prodigy, romanticamente ad occhi chiusi al concerto dei Prodigy. Ma devo stare attenta a rimanere immobile. È così che accade, dentro la macchina della risonanza magnetica. Un posticino buio e stretto, dove si respira appena.

Forse, in realtà, tutto comincia prima. Quando i mal di testa diventano così intensi che decido di chiamare un centro specializzato per farmi aiutare. Mi risponde il neurologo che lo dirige. Una settimana dopo mi riceve nel suo studio privato. Dopo neanche dieci minuti mi passa sulla scrivania il foglio della cura. Gocce, punture, pasticche. In una parola, psicofarmaci. Lei soffre di un male tipicamente femminile, dice, conosco le mie pollastre. Dice proprio così, pollastre. E alla mia smorfia di disappunto mentre gli restituisco il foglio risponde che allora non voglio collaborare. Faccia anche una risonanza, per prassi, aggiunge prima di salutarmi.

Oppure l’inizio è ancora indietro. Ho sedici anni, sono appena tornata dal mare e ho un dolore insopportabile alle tempie. Entro in cucina e chiedo a mia madre come faccio a uscire quella sera con gli altri. Lei mi dice solo: tu puoi fare una cosa alla volta, non è che siete tutti uguali.

Insomma, non lo so quando è iniziata. Fatto sta che ritirato il referto, per le prime dieci righe va tutto bene, ma alla riga undici non va bene per niente perché c’è la parola trombosi e poi dalla riga dodici non posso più leggere perché mi si è annebbiata la vista, quindi torno indietro, ricomincio da trombosi e vado avanti, e così per un po’.

Un’ipotesi, c’è scritto. E allora vanno fatte delle analisi genetiche del sangue e un’altra risonanza, questa volta con il liquido di contrasto.

Procedo. Me ne sto lì ad aspettare che mi chiamino in questi corridoi sotterranei estremamente bianchi dove non parla nessuno e tutti guardano i muri, e se qualcuno dice qualcosa dice ah, oppure dice eh, o ah beh, e poi torna a guardare i muri.

Mi prendono il sangue per le prime analisi, mi prendono il sangue per altre analisi. Devo continuamente svestirmi, sbucciarmi, sbordarmi. Un attimo prima di entrare nel tunnel per la seconda volta l’apprendista che infila gli aghi mi fa: hai la vena troppo dura, quante volte ti hanno bucata? Porgo l’altro braccio. Rientro nel tunnel, mi sparano nei vasi il liquido di contrasto. Di nuovo al concerto dei Prodigy. Riemergo. Arrivederci e grazie.

Torno per ritirare il referto e a un certo punto non capisco più cosa c’è scritto perché c’è una sigla strana, un acronimo. Emme a vu. Quindi ricontatto il neurologo, quello del centro pubblico che mi ha ricevuto nel suo studio privato – e sono ottanta euro, grazie – e lo informo che dalle analisi del sangue risultano due mutazioni in eterozigosi e che dalla seconda risonanza è saltato fuori quell’acronimo. E lui mi fa: auguri, si deve trovare un chirurgo. Fa proprio così, auguri. E chiude. Lo richiamo e gli faccio: come sarebbe un chirurgo? un chirurgo di cosa? Fino a questo momento, infatti, per me i neurochirurghi non sono neanche mai esistiti, il cervello è una landa sacra e intoccabile, ricca di laghi ghiacciati e foreste di betulle, per esempio la Lapponia. Ma la verità è che io della Lapponia non ne so niente. E adesso invece ci vuole un chirurgo, auguri.

Sono appena scesa dal treno e non faccio che ripercorrere mentalmente lo spelling della parola ci acca i erre u erre gi o. Chissà quant’è che mi resta da vivere, penso a un certo punto. E mi chiedo dove lo trovo, io, un chirurgo della Lapponia, in base a cosa lo scelgo, e mi domando com’è possibile che mi rivolgo a un centro specializzato, all’interno di un policlinico, e il suo direttore con una tale facilità, quando capisce che la questione non è di sua competenza, non mi indirizza a un collega, ma mi lascia in mezzo alla strada, alla stazione, per la precisione.

E allora inizio a cercare un neurochirurgo, cosa che non mi sento per niente cucita addosso. Non è da me, voglio dire, cercare un neurochirurgo. Quindi lo faccio come se fosse per qualcun altro. Per esempio: salve, una mia amica ha bisogno di un chirurgo che ne capisca di Lapponia, uno bravo. Poi lo trovo, tramite un giro di contatti universitari e di ricercatori, e mi domando come avrei fatto se non li avessi conosciuti, a chi è che avrei chiesto esattamente per la mia amica della Lapponia.

Mi riceve un altro neurologo, che mi spiega qualcosa, mi dice che quell’acronimo, emme a vu, è una seconda ipotesi, significa che potrei avere una malformazione arterovenosa nel cervello, qualcosa che potrebbe rompersi da un momento all’altro oppure non rompersi mai, una mina inesplosa.

Arterovenosa, ripeto io, e dev’essere il nome di una strada piena di ghiaccio. La sua espressione è indefinitiva, vaga. Guarda fuori, c’è il sole, dice  mah, sa, queste cose non si sa. Dice proprio  mah, sa, queste cose non si sa. Poi telefona al neurochirurgo, che è sempre molto impegnato, mi anticipa, e mi manda giù da lui. Dopo aver percorso scale e corridoi arrivo in un sotterraneo tendente al giallo. Neuroradiologia interventiva, c’è scritto in rilievo su una targa appesa al muro. Qui aspetto per un tempo indeterminato.

Il neurochirurgo arriva trafelato, ha l’aria di chi sta per mollare tutto, gli occhi che guardano oltre le superfici, sembra un androide. Forse ha appena fatto un’operazione, forse è morto qualcuno. Mi dice buongiorno, mi chiede di spiegargli perché sono lì. Gli racconto della mia amica della Lapponia. Lui apre i cd sullo schermo. Guarda e dice mah. Dice mah. Io dico beh? Dico beh, interrogativo. Mi spiega che per leggere quelle immagini serve il suo braccio destro, l’embolizzatore. Sono ormai convinta di trovarmi in un film di fantascienza, e mi chiedo come possa un chirurgo definire “braccio destro” un elettrodomestico. Ma quando vedo entrare l’embolizzatore capisco che non si tratta di un elettrodomestico, e che anzi l’embolizzatore è l’unica persona in carne e ossa di questa storia, con tanto di capelli bianchi e baffi lunghi che lo fanno somigliare più a un cowboy che a un embolizzatore – anche se in effetti di embolizzatori che ne so io, fino a cinque minuti fa pensavo fossero dispositivi elettronici multifunzione, di quelli che purificano l’acqua e segnalano le fughe di gas.

Davanti alle immagini sullo schermo i due si strofinano i menti e girano le teste in modo leggermente asincrono, cosa che lascia margini di possibilità per la mia amica della Lapponia, penso. Ma non dicono niente, si strofinano i menti e non dicono niente. Da tutti quei fogli e da quelle immagini sul monitor dove posso vedere ruotare i contorni del cranio della mia amica s’intuisce che c’è qualcosa, una macchia. Non si capisce se c’entra con le analisi del sangue o con i mal di testa, né cosa sia esattamente se non una macchia. Una macchia bianca, proprio in corrispondenza della parte alta della zona durale, stanno dicendo. Durale, va bene. Altro paese boreale, penso io, e prendo appunti, e vorrei solo interrompere il valzer dei menti e chiedere se la mia amica potrebbe morire adesso, domani, tra poco, ma non ho il coraggio perché sarebbe una domanda stupida. Tutti possiamo morire adesso, domani, tra poco.

C’è da fare un altro esame, dice l’embolizzatore, che mi porta in una stanza senza finestre e finalmente mi parla. E mi parla come un nonno, facendomi giurare che continuerò a vivere come vivevo prima: a prescindere, ripete, a prescindere. E mi parla come un medico, un medico vero, che vuole sapere di te, di come ti muovi e come vivi, per capire come stai: sollievo, tepore pallido e dolce sulla regione di ghiaccio e betulle. Il prossimo esame sarà una tac con liquido di contrasto, dice, perché lui in Lapponia non ci va se prima non ha visto com’è la situazione meteorologica. Deve decidere se è il caso di fare un’embolizzazione, se aprire il cranio o se scegliere la radioterapia. Perché se è vera questa cosa di cui parlano i referti, un’operazione va comunque fatta, oppure la mia amica potrebbe anche avere un’emorragia, per dire, o una mattina non svegliarsi più, per dire. C’è bisogno di capire, dice l’embolizzatore, e con calma. Con calma, va bene, annuisco, certo. E allora prenotiamo la tac, con il liquido di contrasto, un altro.

Che cos’è che mi state iniettando? Chiedo il giorno della tac. Niente di particolare, mi rispondono. Devi solo stare tranquilla, è la prima cosa. Mi iniettano il liquido e mi sento bruciare la gola, mi sembra che tutto vada in fiamme, cuore incluso, ma mi dico va bene, stiamo tranquille, io e la mia amica, è la prima cosa.

Quando esco fuori c’è una ragazza dal viso magro. Le chiedono: signora, lei cosa deve fare? Un’angiografia, risponde lei. Ah ok, allora non beva, le dicono. L’infermiera corre via. La ragazza dal viso magro si stringe nella coperta, rintanata in un angolo del corridoio sotterraneo illuminato al neon. Torna l’infermiera: signora, ma c’ha freddo? Lei fa: no, per il momento sto bene. Ah ok, fa l’infermiera, e corre via un’altra volta. La ragazza fissa i neon. Ha i capelli color miele d’acacia, proprio d’acacia. Penso, incredibile, riesce a non sbattere le palpebre mentre guarda i neon. Torna l’infermiera: signora ma quando la deve fare st’angiografia? La ragazza risponde che è da qualche ora che la deve fare, hanno detto che la chiamano. Ah ok, dice l’infermiera, e corre via. La ragazza si passa una mano sul viso. Torna l’infermiera: signora, ma gliel’hanno detto che non deve bere, vero? Sì, fa la ragazza, solo che a mezzogiorno devo prendere la pasticca, dice. E mi sa che oggi non la prende, perché non può bere, fa l’infermiera. La ragazza dice che deve prenderla, altrimenti rischia una crisi epilettica. E non la può ingoiare senz’acqua? Le chiede l’infermiera. Beh, è bella grossa, ma ci posso provare, risponde lei. Incredibile come riesce a rimanere calma, penso. E penso pure che credevo di trovarci solo anziani in questi sotterranei, e invece.

Poi sì, arriva anche l’anziano sulla sedia a rotelle. L’infermiera lo lascia proprio lì, in mezzo al corridoio, e se ne va. Lui con la testa fasciata resta da solo in mezzo alla gente che passa. Resta lì per un’ora, a chiedere: qualcuno mi porta da qualche parte? Scusate? Qualcuno mi parla? Incredibile, penso. Qui è tutto incredibile, provo a dire, ma non mi esce la voce perché non mi sento per niente bene. Infatti poi ho una reazione avversa al liquido di contrasto – Iodixanolo. Come, scusi?, Io-di-xa-no-lo! –, un farmaco a cui scopro di essere allergica che mi farà quasi svenire e poi diventare viola dalle guance ai piedi e mi spedirà al pronto soccorso, dove resterò fino a sera perché si dimenticheranno di me e nel frattempo socializzerò con una signora molto allegra per il fatto di essersi rotta la caviglia scendendo dalla macchina con le scarpe alte. Almeno così mi riposerò un po’, dirà. Finalmente, dirà.

Nei mesi successivi trascorrerò molte altre giornate percorrendo in lungo e in largo le statali per raggiungere i migliori conoscitori della Lapponia. E molti ottanta, cinquanta e cento euro consegnerò agli sportelli per sentirmi dire, poco dopo, che le analisi che sto presentando sembrano appartenere ad almeno tre persone diverse – cosa che non mi tornerà, perché d’accordo io e la mia amica, ma la terza chi è? E ogni specialista mi consiglierà di rivolgermi a uno specialista più specializzato degli altri, che però non potrà ricevermi, se non nella sua clinica privata a centinaia di euro a visita, che deciderò di non sborsare, perché nel frattempo la mia amica sarà diventata tanto povera da volerci tornare, in Lapponia. E quando cercherò di comporre le tessere del puzzle, mettere in connessione le cose, mi diranno che ognuno di loro si occupa di un pezzo solo, che se uno è esperto di Lapponia, guarderà la Lapponia, nient’altro. E penserò che di embolizzatori non ce n’è mai abbastanza. E mi diranno che faccio parte di una percentuale alta o bassa, e in base a questo verrò classificata e curata o non curata, anche se i confini cambiano di anno in anno. E nessuno mi dirà che farmene del mio mal di testa o delle mie mutazioni. E girerò per gli infiniti corridoi bianchi e per i sotterranei illuminati al neon con questa borsa di tela piena di fogli e cd rom e starò sempre in fila, e mi farò succhiare altro sangue, e vedrò molte cose che voi umani non potreste neanche immaginare oppure semplicemente sì. E senza sapere della mia amica, alle sette e mezza di mattina una signora con il numerino in mano mi dirà che dobbiamo essere pronti. Pronti a cosa, mi scusi? A morire, sorriderà lei. E allora io cambierò fila, e molte altre cose ancora accadranno e molte volte ancora le persone mi chiederanno cos’è che ho in testa, esattamente. E proveranno a indovinare. Un eccesso di calcio, diranno alcuni. Coriandoli, diranno altri. E sarà acqua passata, forse, o forse no. Non è questo che importa.

Quello che importa è che quando mi parlarono della macchia bianca e avrei voluto chiedere se la mia amica sarebbe potuta morire adesso, domani o tra poco, non lo feci, perché sarebbe stata una domanda stupida. E allora chiesi solo: che significa? E la risposta arrivò precisa come il sorso d’aria che segue l’apnea. E fu: solodiolosa. Tutto attaccato, probabilmente il nome di un villaggio finlandese. Solo dio lo sa, dissero proprio. E in quel preciso istante mi resi conto di aver sempre considerato la medicina una scienza esatta. Invece non era così, si trattava evidentemente di una dottrina interpretativa ed esoterica. E pensai che fosse il caso di telefonare alla mia amica, in Lapponia, per avvertire anche lei.

© Claudia Bruno – Questo racconto è comparso sulla rivista ‘Abbiamo le prove’ nel 2015

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