Passaggio a L’Aquila

Arrivare all’Aquila in un giorno di maggio, il sole caldo, il sorriso dentro, significa fermarsi non appena varcato il confine di quella che è ancora una ferita aperta, un solco doloroso che fa fatica a cicatrizzare. L’impressione è d’impatto e arriva pesante, tutta insieme, come un blocco di cemento che si stacca da un palazzo e cade a terra. E anche se non ci sarebbe da stupirsi nel sentir trasformarsi quel sorriso in un nodo nel petto, ci si stupisce lo stesso. Il silenzio è assordante, le persiane delle case svuotate sono aperte-chiuse-lasciate a metà: un fermo immagine capace di parlare più di qualsiasi proiezione in movimento. Case e strade sono ‘impacchettate’ da transenne di ferro, che impediscono di accedere ai vicoli, e a cui sono state appese foto, fiori, frasi, decine e decine di chiavi – di appartamenti ormai chiusi in se stessi – per ricordare chi quella notte non ce l’ha fatta a scappare ed è rimasto sotto le macerie, per ricordare “la città che c’era”. Dietro le transenne che circondano il ‘Cinema Massimo’ la vetrinetta espone ancora il manifesto dell’ultimo film proiettato: Gli amici del Bar Margherita, primavera 2009. L’Aquila, impressionante ma vero, appare come un orologio con le lancette ferme sulle 3 e 32 del 6 aprile di due anni fa. “Dopo aver visto tutto, sbirciato tra le transenne dell’unica strada aperta nel centro (come una ferita) potrete parlare di noi e della nostra città” scriveva Patrizia Tocci su Il Centro, il 18 agosto 2009. E oggi? L’Aquila è ancora un lutto da elaborare, una città sbarrata di cui sentiamo parlare troppo poco e nel modo sbagliato, una ‘città invisibile’ (obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve. La Terra l’ha dimenticata. In giro per la città, appese sulle transenne echeggiano le parole de Le città invisibili di Italo Calvino). Lungo la strada principale sono posteggiate le camionette militari: la città è sotto ordinanza fino al 31 dicembre prossimo. Una città ancora sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata. Fa un certo effetto vedere militari e camionette accanto alle macerie, sembra di essere in guerra, e forse è così. Una guerra di cui troppo poco si parla. Quella delle decisioni dall’alto che hanno disgregato famiglie e vicinati, sfilacciato un complesso tessuto sociale, coperto di cemento altro suolo agricolo intorno, altra terra, trattato i cittadini come numeri da sistemare secondo un ordine poco umano che non ha saputo né voluto tener conto del valore della comunità. Le donne raccontano della “vita nei Campi” dove erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; dove non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”, dove le agricoltrici locali non hanno potuto distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri per la ricerca di un nuovo modello di cittadinanza. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”. La parola resistenza è sulla bocca di tutte, una resistenza attiva che si fa resilienza e che riprende le fila dall’esperienza partigiana con cui apre il dialogo. In piazza la signora Giovanna della resistenza abruzzese parla a tutte con la saggezza dei suoi novant’anni: “siete brave, ma dovete incazzarvi di più”. Il servizio video di meddletv: Ora gli aquilani tra queste strade sembra che non ci siano, i pochi che ci sono ci vengono con i bambini che nelle foto appese alle transenne cercano ancora una volta di riconoscere la loro vecchia abitazione: “Papà, questa era casa nostra?”. Si cammina con il naso all’insù, cercando di interpretare le crepe tra i puntelli e il ferro che hanno sigillato, imprigionato, i palazzi del centro storico, ricchi di beni culturali, ‘vincolati’ fino a che non si deciderà cosa farne. Per strada non si parla d’altro: lasciare tutto così in attesa, buttare giù e ricostruire, ricostruire cosa però, e come? Il terremoto c’è stato due anni fa, il fatto che sembra ci sia stato ieri rende abbastanza l’idea di come l’immobilismo istituzionale possa aver causato più danni della scossa stessa. L’architetta Maria Chiara Specchio, che ci accompagna nella ‘zona rossa’, ci spiega che gli edifici sono stati suddivisi in categorie, a seconda dei danni subiti. Gli edifici di ‘classe E’ sono quelli messi peggio. Nel raggio di pochi metri case in muratura sono rimaste in piedi, palazzine di cemento armato sono precipitate al suolo con la scossa. “Adesso le ordinanze prevedono che i progetti siano unitari, coinvolgendo tutto l’isolato – spiega l’architetta-. Dal 6 aprile è uscita una legge sulla ricostruzione, la legge 77, dopo questa legge sono state emesse circa 35 ordinanze ministeriali e 57 decreti del commissario della ricostruzione. La legge diceva che si sarebbe riparato tutto fino all’ultima lira, poi qualcuno ha dovuto cominciare a mettere dei paletti: per gli aggregati in muratura e per le E si può spendere al massimo 1200 euro a mq circa, con questi soldi si può fare la riparazione oppure si può buttare giù e ricostruire”. Ma ad oggi, è ancora “poco chiaro quale sia la strategia di ricostruzione e quali e quanti finanziamenti devono arrivare per questa ricostruzione, anche perché i finanziamenti da parte del governo sono ‘a spot’ e impediscono una programmazione”. Una cosa però è certa: L’Aquila è diventata il cantiere d’Europa, ricco bottino per costruttori e grandi aziende in un periodo di crisi economica estesa che si è andata a sovrapporre alla locale crisi del terremoto. Naomi Klain avrebbe di che parlare sulla ‘shock economy’ che anche in questo caso sta facendo della crisi un’opportunità di profitto, spingendo sull’immaginario della tabula rasa e di un mondo da ri-creare ex-novo. Gli altri aquilani, quelli che non vediamo qui adesso lungo il corso, sono proprio nelle cosiddette ‘new town’ (formatesi con il progetto C.A.S.E. che comprende in tutto 19 aree ed è costato circa 2700 euro al mq, secondo quanto dichiarato dall’architetta Specchio), negli alberghi sulle coste, in seconde case arrangiate. Funambolicamente cercano di tenere insieme i pezzi delle loro vite, come raccontano le testimonianze raccolte da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse (Edizioni Clanto, 2010): le distanze tra casa e lavoro amplificate – quando il lavoro ha resistito al terremoto -, il mutuo da pagare su una casa distrutta, le tasse tornate come prima, le relazioni disgregate in una diaspora. “Non si usa più il verbo ‘abitare’ ma sinonimi: ‘dimorare’, ‘risiedere’, ‘trovarsi’, ‘stare’, tutti rigorosamente preceduti da ‘ora’, sperando che anche questo avverbio di tempo provvisorio non diventi definitivo” recita un cartello. E poi ancora: “Non chiedete mai un indirizzo all’Aquila” e “Siamo tutti malati di D.P.T.S. disturbo post traumatico da stress, sarà per questo che è così difficile capirci?” È strano da dire, ma la sensazione di disfacimento di questo luogo frantumato, disgregato, squassato dalla terra al cielo, e rimasto come immobile, immortalato nell’attimo eterno, si accompagna alla percezione forte di un movimento incessante e rigeneratore. Sotto queste strade, tra le crepe di questi palazzi, nella polvere delle macerie rimaste ammucchiate davanti ai portoni, scorre la vita. Ad ogni angolo mi sembra che le donne bisbiglino di piante. “Le piante sul balcone, che pena vederle da giù, appassire. Hanno tolto l’acqua, niente più acqua per quelle povere piante”, “ma le piante nei cortili e per terra sono più rigogliose che mai, del terremoto hanno fatto tesoro”. E come le piante incolte e il glicine che si arrampica nei cortili svuotati, resistono e si rinforzano, nonostante le macerie, nonostante la poca acqua, così hanno fatto e stanno facendo le donne. Di questa vita, di questa voglia di vivere e di esistere mi hanno comunicato le aquilane che il 7 e l’8 maggio hanno invitato tutte le donne italiane nel centro storico dell’Aquila, diventato periferia in seguito alle politiche emergenziali adottate da Governo e Protezione civile, un centro che le cittadine e i cittadini pretendono di riabitare affinché non resti una “vetrina”, un “non luogo”. “Il centro degli aquilani sono diventati i centri commerciali, unici luoghi di aggregazione rimasti” viene detto da più parti. È chiaro che il lutto da elaborare qui non è soltanto quello delle 309 vittime del terremoto, ma anche e soprattutto quello di una cittadinanza sottratta, di un diritto all’abitare che è venuto meno. Così, mi è parso chiaro che la chiamata delle aquilane alle donne per andare a vedere l’Aquila com’è, e scambiarsi pratiche e saperi di resistenza attiva (c’erano le donne di Napoli che stanno resistendo all’emergenza rifiuti, le donne No Dal Molin di Vicenza che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero che lottano per la pace, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre presenze), sia stato proprio un appello per trovare insieme nuovi modi di abitare. Quello delle aquilane è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (cucina, salotto, camera da letto, giardino…). Le donne all’Aquila sono state capaci di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa. Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-mutate dell’Aquila – composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila – insieme a quelle della rivista Leggendaria, prime promotrici dell’iniziativa, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la casa delle donne che sorgerà in Piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina. Nelle stanze viene fatto girare il foglio per scegliere il nome: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Come chiamare la nostra Casa? Prima della due giorni dedicata agli incontri, il 5 maggio c’è stata la presa simbolica della casa delle donne, e il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città. Qui sotto il video curato dal collettivo Casematte: Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti durante il terremoto, e su cui da tempo è stata aperta un’inchiesta per individuare le responsabilità umane. Una speranza di giustizia minacciata però dal fantasma del processo breve. Questa casa, davanti alla quale restano solo il silenzio e l’indignazione, è diventata il simbolo della tragedia umana aquilana, la dimostrazione che a pagare la cattiva gestione della cosa pubblica sono spesso delle vittime innocenti e non messe nella condizione di sapere e di scegliere. Ma sono 56 in tutto gli studenti e le studentesse che hanno perso la vita il 6 aprile di due anni fa in questa che era soprattutto una città universitaria, ricordano le donne aquilane poco prima di iniziare a piantare i fiori e a formare con questi una scritta: MAI PIU’. “Molti di noi L’Aquila prima del terremoto l’avrebbero lasciata, tornare o restare adesso ha un significato preciso” spiega Sara Vegni, del comitato 3.32, una rete cittadina che prende il nome dall’ora del terremoto e che negli ultimi due anni si è battuta per una democrazia partecipata e per la ricostruzione dal basso di un territorio percepito come espropriato dalle istituzioni e dai militari. “L’Aquila – continua Sara – non è un problema degli aquilani, ma un bene comune, qualcosa che appartiene almeno a tutto il Paese. Ricostruirla significa farla diversa da com’era prima. Tutte possiamo dare un contributo. Lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare. Ma per favore basta solidarietà. La solidarietà l’abbiamo accolta con piacere, adesso però c’è bisogno d’altro. C’è bisogno della partecipazione dei cittadini italiani”. Insieme a Sara, e al comitato 3.32 (che dopo l’esperienza di un campo autogestito ha occupato un edificio dell’ex ospedale psichiatrico dell’Aquila), c’è una consistente tessitura di fili che opera quotidianamente non tanto per una ri-nascita ex-novo, quanto piuttosto a una ri-generazione mutata. Le reti cittadine si stanno dando da fare in quello che è stato definito come un “movimento inaspettato” di riappropriazione. Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le donne in nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso. Niente sarà più come prima, L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa. E adesso, che io L’Aquila la lascio e torno a casa, penso che ho il dovere morale di raccontare quello che ho visto e sentito. Chiedo conferma alla cariatide, sguardo a terra e braccia protese a sostenere il cielo, simbolo delle donne aquilane e di questa iniziativa, che severamente mi dà ragione. Del resto, ora mi sento una ‘terremutata’ anch’io.

da: Terre-mutate: la resistenza delle donne aquilane, Il Cambiamento, 2011

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