Parole e inchiostro intervista Claudia Bruno

Le tue protagoniste sono spesso dei personaggi solitari, indipendenti, ma non per questo privi di insicurezze. Ci viene in mente il racconto Speriamo di vederci sempre, tanto per fare un esempio. Credi che la solitudine – intesa come una scelta – sia un modo per affermare se stessi e riappacificarsi con la propria esistenza?

No, anzi. Credo che quella della pacificazione e dell’autoaffermazione sia invece la promessa del riconoscimento che è alla base di tutte le forme di organizzazione umana. La solitudine è un’altra cosa, si corre il rischio di non essere riconosciuti o di restare invischiati in incontri troppo intimi. La vita è messa costantemente in pericolo, il delirio è dietro l’angolo. Non la confonderei nemmeno con l’abbandono, o con l’isolamento, situazioni che ci troviamo a subire, nostro malgrado. La solitudine dipende soprattutto da noi. “Non si trova, si fa”, lo ha scritto bene Marguerite Duras, “la solitudine viene da sé”. Dovunque, a prescindere da chiunque. Sento spesso dire che chi cerca la solitudine vuole avere un rapporto privilegiato con se stesso. Io credo invece che questa ricerca nasca dal desiderio di concedersi una relazione più profonda con il mondo, con la sua parte inumana, umani inclusi. Per me è così. Mi sembra che l’umanità sia una dimensione sopravvalutata dell’esistenza, che molte volte agisca come una distrazione, che venga a interrompere un ordine diverso delle cose dove la misura è quella di una estraneità intima tra sé e il mondo. Mi viene in mente quel che scriveva Simone Weil: “il valore [della solitudine] è forse nella sua superiore capacità di attenzione. Se in presenza di un essere umano si potesse essere attenti al medesimo modo…” È difficile sopravvivere alla solitudine, ma ne vale comunque la pena.

Anche tu sei una persona solitaria? E, più in generale, come descrivi te stessa?

Ho bisogno di passare molte ore da sola, tutti i giorni. In compenso soffro davvero l’abbandono e l’isolamento, quello che deriva da come sono progettate le nostre città, per esempio. Di me mi sembra di saperne poco. Diciamo che mi sono capitata, per ora ci stiamo frequentando, non è facile.

La prima domanda sulla tua scrittura nasce da un’osservazione che ha fatto Eleonora Moretti, l’illustratrice che dà colore alla tua intervista: i tuoi racconti sono molto evocativi, le immagini che richiami alla mente sono estremamente vivide. È un risultato che cerchi consapevolmente?

Grazie, forse è per questo che mi sento così vicina al mondo dell’illustrazione. È il risultato di un processo che è avvenuto in me spontaneamente fin da quando ero bambina, ma che solo negli anni sono riuscita a individuare. Prima di tutto il resto, c’è sempre una sensazione che mi parla. E lo fa in una lingua non immediatamente comprensibile. Di solito si tratta di una sensazione associata a un’immagine. Allora ci sto in contatto. Non prendo appunti, cerco di sentire cosa mi dice, spesso ci riesco meglio nella fase che precede il sonno. C’è un momento in cui posso intuire il ritmo delle frasi senza sapere ancora quali saranno le parole. Poi quando finalmente la voce si fa chiara, scrivo. A volte è proprio come un dettato. È un processo che può durare mesi, o risolversi in pochi attimi come accade per un’urgenza molto forte, fisiologica.

In alcune tue storie l’incipit indica un contesto molto chiaro ma, mano a mano che la narrazione procede, riveli al lettore altri dettagli e, alla fine, il contesto iniziale appare completamente stravolto, ribaltato; un esempio su tutti è il racconto comparso su Cadillac #8, Le cose che non dico. Qual è il patto narrativo che instauri col tuo lettore?

Vuoi venire con me? Allora vieni, a costo di fare una capriola. Credo che questo stravolgimento sia un po’ connaturato alla forma del racconto breve, una forma che amo molto, per la possibilità che la brevità ti dà di dire le cose come stanno senza girarci troppo intorno, e allo stesso tempo di mantenere delle zone d’ombra senza le quali un racconto non sarebbe più lo stesso. È come sbirciare dal buco della serratura di una storia già iniziata. Ogni racconto è un segreto non del tutto svelato, un piccolo enigma, e alla fine può accadere qualcosa che ti spiazza. Io ancora mi commuovo quando penso alle ultime righe di Una cosa piccola ma buona di Raymond Carver. Alla fine anche la vita funziona così. È una storia breve e non del tutto comprensibile.

Un altro tuo racconto, L’amica montabile, ci ha in parte ricordato la scrittura di George Saunders nella sua cifra immaginifica, quella per cui la fantasia si mischia troppo bene con la realtà. Quali autori ti sono più cari e in che modo influenzano il tuo modo di scrivere (se lo fanno)?

Ci sono autrici e autori che hanno influenzato il mio immaginario. Non posso non citare Donna Haraway, autrice del Manifesto cyborg, di lei ho letto quasi tutto. “Il confine tra fantascienza e realtà sociale è un’illusione ottica” è una delle sue frasi che mi diverte di più, la trovo incredibilmente lucida. E poi Italo Calvino, senza le sue ricerche sulle fiabe e sulle città invisibili la mia fantasia funzionerebbe diversamente. Qui accanto ci metto anche le sue Lezioni americane, diverse pagine di Propp, il Baum de Il mago di Oz, Sylvia Plath, Marguerite Duras, Colette, Le onde di Virginia Woolf, Clarissa Pinkola Estès, il Barthes de La camera chiara e dei Frammenti, il Montale degli Ossi di seppia, il Kandiski di Punto, linea, superficie, il Bergman di Lanterna magica, Bruno Munari, Gianni Rodari, Carlo Collodi, Charles Dickens, il Carrol di Alice nel paese delle meraviglie, prima storia che ho letto da sola, alle scuole elementari, e che ha aperto la strada a quella rivoluzione ineguagliabile che è stata per me la lettura compulsiva, un’attività che mi ha salvata nel difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Nei libri non ho mai cercato modelli di scrittura, ma sempre risposte a interrogativi sull’esistenza. Credo che accanto alla magia di farci dimenticare di noi, questo sia il compito della letteratura, offrire un senso sullo stare al mondo. Per questo le autrici e gli autori che mi sono più cari sono quelli che mi hanno aiutato a vivere. Non posso elencarli tutti, ma di sicuro c’è Etty Hillesum. Le sono molto grata.

Parliamo del tuo blog: cosa succede su spremute senza zucchero? Da dove arriva questo nome?

Su spremutesenzazucchero succede che tu entri, non sai mai che ore sono, dove sei o che giorno è, e puoi scegliere cosa bere. Dalle favole al limone servite nella coppetta, ai frullati semiseri da bere con la cannuccia, alle centrifughe isteriche prive di polpa, ai succhi dentro il bicchiere, agli estratti da assumere a piccole dosi in gocce sotto la lingua. È un esercizio di micronarrativa, una forma che mi affascina particolarmente, anche per gli sconfinamenti che può avere con la poesia, in Sudamerica ne sanno molto più di noi. Ho in borsa un libretto di Rosalba Campra che si chiama I racconti di Malos Aires, lo leggo nei tempi d’attesa di treni e autobus e lo trovo una meraviglia. Insomma il sito nasce dal mio amore per i luoghi sospesi nel vuoto, come i bar, o i frattempi, e per le cose piccole, concentrate, brevi. In questo senso, spremute. Senza zucchero, perché lo zucchero copre il sapore delle cose e consuma i denti, come la retorica, o il politicamente corretto, alla fine non sai più cosa t’ingoi. Qui la carota sa di carota. La pillola, se non va giù, non va giù.

La tua presenza sul web è imponente: sei comparsa su svariate riviste letterarie online, fai parte del team di redazione di inGenere.it e, come dicevamo, scrivi racconti distillati sul tuo blog personale. Il web ha sicuramente cambiato il nostro modo di produrre contenuti, ma ha cambiato anche il nostro modo di leggere? Dicci il tuo punto di vista.

Sicuramente il web ha cambiato il nostro modo di leggere e di scrivere. La scrittura è diventata – ancora più di quanto non lo fosse già – un esercizio di sintesi e di precisione, che si miscela con l’intelligenza artificiale e che non riguarda più solo il corpo del testo, ma tutta un’altra serie di elementi: titoli, sommari, immagini, url, tag, metatag, description, title, grassetti, link interni ed esterni. Anche questa è scrittura, spesso le realtà editoriali nate nel mondo di carta non riescono a capirlo e credono che avere una versione online sia solo un trasloco da un supporto a un altro, non è così. La maggior parte delle persone che condivide un articolo su un social network, per fare un esempio, ne ha letto solo il titolo e la descrizione. Significa che la lettura sul web può avvenire a diversi livelli di superficie ed è importante curarli tutti. Per me la lettura sul web corrisponde a un’immagine precisa. C’è un acquario, con dei pesci. Una mano butta le briciole a pelo d’acqua. I pesci mangiucchiano, un po’ qua e un po’ la. Si spizzica. Su internet la lettura non è quella tutta intera che ho scoperto durante l’adolescenza. È una lettura sbriciolata. Leggiamo “nel frattempo”. Ma mi sembra che quello che il web ha cambiato soprattutto, sia stato il nostro modo di conoscerci, di stare in relazione, e il modo in cui ci percepiamo. Quando ha scritto Insieme ma soli, Sherry Turkle ha intuito benissimo quello che nel primo decennio del duemila iniziava solo ad accadere, e che poi è accaduto davvero.

So bene che quando si legge un libro viene spontaneo domandarsi quanto del personaggio coincida con l’autore, ma mi sembra che alle donne questa domanda venga fatta più spesso che agli uomini” afferma in una intervista Catherine Lacey, autrice del romanzo Nessuno scompare davvero. “Nella nostra cultura abbiamo una visione limitata di ciò che può essere una giovane donna. Per gli uomini le possibilità sono ampie. È il retaggio secolare di archetipi, storie, mitologie. […] Per una giovane donna, invece, le possibilità sono ristrette: può essere una madre, una non-madre o una troia, e più in là di questo non si va. Buona, cattiva o insignificante, in sostanza”. Sei d’accordo?

In più di un senso è così. Sulle donne la pressione sociale è ancora forte. Questo è il motivo per cui alcune scrittrici hanno messo in luce come per una donna sia molto più difficile scrivere. Non solo perché è più complicato trovare il tempo – penso a, una per tutte, Alice Munro, che ha sempre sostenuto di scrivere racconti perché aveva a disposizione dei tempi ristretti da dedicare alla scrittura –, ma soprattutto perché è difficile autorizzarsi, e metterci la faccia. C’è una voce che appartiene a una coscienza collettiva, una voce che ogni volta che una donna comincia a scrivere le domanda chi ti credi di essere. Una donna che scrive è in qualche modo percepita come una donna pericolosa, più di una che si vende il corpo, più di una che ha scelto di non essere madre per fare l’attivista. Perché una donna che scrive mette sempre prima la scrittura, quindi un mondo che non esiste. Una donna che scrive, mentre scrive, non fa nulla per gli altri in carne e ossa, non deve loro niente, anzi probabilmente sta scrivendo di loro chissà cosa e chissà in che modo. E questo disattende ogni aspettativa sociale, e spaventa anche, molto. Gli altri, ma prima ancora chi scrive. C’è una raccolta di interventi di Virginia Woolf che si chiama La scrittura e le donne, in cui si parla proprio di questo. “Uccidere l’angelo del focolare faceva parte del mestiere di scrittrice”, dice a un certo punto. Sulla sorella di Shakespeare aveva già fantasticato in Una stanza tutta per sé. Parliamo di testi pubblicati intorno al 1930, ma ancora estremamente attuali e necessari.

Torniamo a parlare de L’amica montabile: in questo racconto narri dell’amicizia tra donne in modo insolito, delicato e intimo, ma anche molto doloroso; sicuramente in un modo molto distante dallo stereotipo che vede le donne tutte nemiche tra loro. Ci sono venute in mente le parole di Bianca Pitzorno che in una intervista dice: “Quello delle amiche invidiose è uno stereotipo molto funzionale al potere maschile, per cui vale sempre l’antico ‘divide et impera’. Nei miei romanzi mi sono basata non su modelli da proporre, ma sulla mia esperienza. Sono stata fortunata? Con le donne che ho frequentato ho sempre avuto rapporti solidali e spesso molto affettuosi”. Condividi le parole della scrittrice?

Ti ringrazio per il commento, e per la domanda. È vero, gli stereotipi sono spesso funzionali al potere, e la cultura popolare è piena di sorellastre e matrigne, ma stare tra donne è tutt’altro che un porto sicuro. È più come trovarsi in mare aperto, o giocare ai pirati. Questo è anche divertente. In generale mi sembra che ci sia ancora tanto di non codificato nella relazione tra donne. Forse abbiamo paura di vedere cosa c’è. Negli stereotipi, comunque, così come nelle fiabe, c’è anche del vero. È vero, per esempio, che le donne sono particolarmente feroci tra loro. E forse non tanto perché siano munite di una cattiveria specifica, quanto per il fatto che di fronte al giudizio di una donna, una donna è più vulnerabile. Ognuna è prima di tutto come sente o s’immagina che la vede un’altra, Zadie Smith diceva qualcosa a proposito in un intervento pubblicato anche da Minimum Fax (http://www.minimumfax.com/libri/speciali/20/5). Però anche quello della donna solidale è uno stereotipo che può risultare funzionale al potere maschile. Fa comodo a tutti che siano le donne a farsi carico dei problemi del mondo, una donna deve sempre fare qualcosa per gli altri, altrimenti è una donna cattiva. Per il resto, sì, il mondo è pieno di donne che vogliono aiutare altre donne, se non addirittura salvarle. Sembra uno scenario rassicurante, solo che questo desiderio molto spesso si traduce in un delirio di onnipotenza. Mi sembra che le donne, che noi, abbiamo questo problema dell’identificazione. Ci identifichiamo continuamente con le altre e troppo spesso siamo convinte di sapere come dovrebbe essere la vita di un’altra, ma mentre crediamo di aiutarla in realtà la stiamo ostacolando, sovrapponendo la nostra vita alla sua. Credo che un certo tipo di cultura femminista abbia le sue responsabilità nella propagazione di questo modello. Sono fiduciosa che l’amicizia tra donne possa essere anche qualcosa di molto delicato e prezioso. Tutto sta alla sensibilità e all’intelligenza di ognuna.

Quale libro stai leggendo adesso, quale canzone stai ascoltando a ripetizione e quale serie tv stai seguendo?

Sto leggendo Gli anni, di Annie Ernaux. Ma non leggo mai un libro alla volta, ho una relazione complicata con il mio comodino. E anche con il mio pc, dove al momento sono in compagnia di For love of matter di Freya Mathews, una filosofa australiana che sento particolarmente vicina. Niente serie tv al momento. In questi giorni ascolto a ripetizione Madeleine Peyroux che canta Between the bars di Elliot Smith. La trovo una cover bellissima di un brano che già amo nella sua versione originale. È struggente. Mi fa pensare a una ragazza che di notte percorre senza meta le strade di una città addormentata. Mi ricorda la Colette de Il puro e l’impuro. O forse, di più ancora, la protagonista de La foresta della notte di Djuna Barnes. Un romanzo sonnambulo e completamente sopra le righe.

L’ultima domanda la dedichiamo sempre allo scrittore e ai suoi dilemmi: una grande casa editrice vuole pubblicare un tuo romanzo; prevedendo che venderà milioni di copie, ti viene offerto un contratto molto vantaggioso. Unica clausola è che il libro venga pubblicato con uno pseudonimo maschile e che non potrai raccontare a nessuno per i prossimi 20 anni che sei tu la vera autrice. Accetti?

Accetto. A patto che alla fine facciamo una festa in stile La grande bellezza in cui esco da una torta gigante vestita da uomo e due valletti mi smascherano in diretta mentre cantiamo “a far l’amore comincia tu”.

da: Parole e inchiostro intervista a Claudia Bruno. Disegni di Eleonora Moretti, a cura di Claudia Oldani, Stream Magazine, 2016

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