Non ancora cancellata

La mattina presto il timbro è fermo al giorno prima, il rappresentante ci chiede se vogliamo il caffè. Al registro delle donne ci sto io. Dalla porta si vedono i prossimi. Abbiamo attaccato i cartelli ma sbagliano tutti. I maschi vengono da me, le donne dall’altra parte.

Signora di qua, le dico, le donne sono di qua. E mentre si avvicina infila una mano nella borsa nera, schiacciata, di quelle che potresti trovare in un film del dopoguerra. Allunga il braccio, ha la pelle ruvida, macchiata, una fascetta d’oro le sega il polso. Mi porge il documento. Ida Colotti, nata nel millenovecentoventitré, c’è scritto. La guardo, apro il registro, cerco la cì. Colotti, ripeto ad alta voce. Colasanti, Corte, Colotti niente. Ricontrollo. Co-lot-ti. Ah sì, eccolo. Colotti Piera, Gilda, niente Ida. No, dico. Guardo la ragazza sul documento, guardo Ida, guardo il registro. Signora, non c’è. Come non ce sto, pefforza ce sto, fa lei. Non è che ha sbagliato seggio? le chiedo, e lentamente le sfilo la tessera dalle dita. Trentaquattro, trentaquattro. Il numero è quello. Domando al collega che ha i maschi, hai visto mai se so sbagliati m’hanno nascosta là, ridacchia lei di sottofondo. Niente, fa lui, qui Colotti neanche c’è. Ma insomma non me fate vota’? alza la voce Ida.

Tòctòc, bussa il finanziere sull’anta aperta. Tutto bene? chiede, che succede qui? Eh, che succede, dice Ida, ogni volta la stessa storia, non me fanno vota’. Nelle liste c’è un errore, spiego io, vado a chiamare il comune.

Colotti, ripete l’impiegato all’altro capo del filo. E poi più lentamente, scandito in levare dalla percussione sulla tastiera, C-o-l-o-t-t-i Ida. Segue attimo di silenzio sottolineato da combustione di sigaretta. Deceduta, dice. È proprio sicura?

 

Quando torno al trentaquattro la vedo che mi viene incontro. Mo n’è che m’avranno scancellata pure stavolta, no? Mi sorride. E all’improvviso mi sento mancare, farfuglio un come? ’Na volta signori’, continua lei, era morta n’altra Ida, e il comune m’ha scancellato a me. M’hanno fatto mori’ prima. E io a spiega’ che ero ancora viva, che risate quella volta. Faccio per restituirle il documento. Ma ’nsomma, l’ha trovato il nome mio o no? mi chiede lei tutta agitata. L’ho trovato, dico. E che c’è scritto? domanda, e mi sfiora la mano. Ho un capogiro, per un istante chiudo gli occhi e riesco a malapena a respirare. La guardo, mi sta davanti, sa di rose e naftalina. C’è scritto Ida Colotti, rispondo, nata nel millenovecentoventitré e non ancora cancellata.

© Claudia Bruno – Questo racconto è comparso sulla rivista ‘Pastrengo’ nel 2016

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