Le donne che entrano nel bosco di Claudia Bruno

Fuori non c’è nessuno, romanzo di esordio di Claudia Bruno, classe 1984, edito da Effequ, è una storia che si legge tutta d’un fiato, più precisamente è un intreccio di racconti collegati fra loro, come le impalcature degli infiniti cantieri che caratterizzano il panorama di Piana Tirrenica, che non è campagna, non è città “non era più, non era ancora, non era mai stata e mai sarebbe stata”. L’autrice costruisce la struttura del suo romanzo a ritroso, utilizzando una numerazione decrescente per i capitoli ad indicare chiaramente che l’obbiettivo della sua scrittura è la ricerca di una terra, di un’origine, di un senso. Il testo verrà presentato sabato 10 dicembre a Roma, alla libreria L’Isola non Trovata : saranno presenti Alessandra Pigliaru, presidente della SIL e l’autrice.

È molto interessante come in questa ricerca di senso che attraversa il romanzo e che affidi in particolare alla personaggia di Greta, che azzarderemmo definire protagonista, tu individui l’infanzia come unico punto di riferimento affidabile tanto che i suoi ricordi sembrano le briciole di Pollicino, per tornare a casa. È così?

Forse a casa non si torna mai davvero, e forse casa è il luogo che ci sta aspettando e che ancora non conosciamo, quello che ci chiama prima ancora che possiamo saperlo. Mi piace molto l’immagine delle briciole che hai tirato fuori, dici una cosa vera. In questa storia a un certo punto succede qualcosa di drammatico, un vaso – simbolicamente – si rompe, le coordinate saltano e sotto i cocci riaffiora l’immagine di una bambina senza nome. È la bambina interna, la definisco così. Non interiore, perché si trova in un “dentro” più geografico che psichico, se esiste una geografia dell’esistenza. A questa bambina, nel romanzo, è affidato il compito della pesca dei frammenti di memoria, piccole terre emerse dalla scatola dell’infanzia, diapositive luminose proiettate in una stanza buia che vanno a legarsi a ritroso come in un nastro che finalmente si avvolge. È questa bambina la bussola che a un certo punto della storia indica la strada a una ragazza che, di fatto, si era persa.

Legata al tema dell’infanzia, campeggia nelle storie che racconti la figura dell’anziana. Isabella, Anita, sono le uniche indenni dall’insensatezza e dalla superficialità strutturale della vita e delle relazioni, quella delle case disegnate sui progetti, che non costano nulla e possano essere modificate con la gomma da cancellare. Perché?

Perché i vecchi, le vecchie, incarnano qualcosa di molto importante. Portano addosso, sulla pelle, nelle ossa, i disegni di un tempo che eccede il qui e ora, e così smentiscono una convinzione che spesso ci pervade, vale a dire che tutto sarà sempre come lo stiamo vivendo, che saremo sempre uguali a noi stessi. Sono come le sughere secolari, ti danno profondità, ti ridimensionano, più che dal passato ti parlano dal futuro. Personalmente sono cresciuta senza nonni, la mia quotidianità non è stata abitata da persone anziane, ed è stata una menomazione enorme. La figura dell’anziana in questa storia allora è un omaggio alle nonne che ho avuto la fortuna di incontrare – le mie, quelle degli altri – in poche e preziose occasioni, e volutamente richiama l’immaginario della narrazione popolare, a metà strada tra Baba-Jaga e le novellatrici analfabete di cui parla Calvino nell’introduzione alle fiabe italiane.

A costituire il legame fra le differenti storie e personagg* c’è la morte di una giovane donna, suicida. Certo questo elemento funge da artificio retorico per intessere le varie trame di vita raccontate, allo stesso modo la scelta di uccidersi illumina l’insensatezza delle vite di coloro che sono sopravvissut* a Michela?

Non c’è una lettura univoca. Di sicuro si tratta di qualcosa che lascia emergere in modo prepotente uno dei più grandi misteri dell’esistenza, la sopravvivenza alla morte degli altri. Non è tanto la morte ma questa sopravvivenza ad esserci incomprensibile, forse.

La personaggia di Michela è protagonista nel tuo romanzo a partire dalla sua assenza. Credi che questa presenza totalizzante dei suicida nelle vite dei sopravvissut* sia una delle ragioni tacite e inconsce alla base di questo atto? Puoi dirci, da autrice che detiene il segreto delle sue personagge, perché una giovane donna come Michela si uccide?

C’è un’inquietudine che Michela ha covato negli anni dietro ai sorrisi, un’oscurità che si nutre anche della bruttezza di Piana Tirrenica. D’altronde la depressione, se così vogliamo chiamarla, ha molte forme, e si nutre di posti trascurati. È anche questo che volevo raccontare, che è possibile “ammalarsi” di bruttezza. D’altra parte Michela ha sempre tentato di andare incontro a delle piccole morti, di cercare il sangue sotto la pelle, di sparire dalle vite degli altri. La sua è stata una ricerca costante, come se solo in quei piccoli traumi, in quelle piccole scomparse, potesse intravedere un senso dell’essere in vita. Ma è il segreto assoluto che ci porta al dubbio, al tormento di essere arrivati tardi, di non aver fatto in tempo a capire, a impedire che accadesse. È il tormento degli esclusi. Di fatto non sapremo mai davvero il perché di Michela.

Altra protagonista del romanzo è l’amicizia che lega Greta e Michela: “a Greta era sembrato che non avrebbe amato così nessun altro”. Questo amore che si scrive ai margini dei libri di scuola, nei bigliettini scambiati come se si vivesse lontane quando ci si vede ogni giorno, è una prerogativa delle ragazze, credi? E cosa devono avere gli uomini o a cosa devono sapere rinunciare per vivere un legame siffatto?

Credo sia qualcosa che può riguardare tutti, che può accadere anche tra umani e non umani. È la possibilità di incontrare un’altra soggettività senza volerla per forza codificare. Forse nella nostra cultura le donne sono più coraggiose nel concedersi all’intimità con un altro essere, con un altro corpo, qualsiasi siano il suo sesso e la sua natura. Ma è qualcosa che sappiamo fare tutti, lo abbiamo solo dimenticato.

Nel tuo romanzo le donne, dal tempo in cui arriva il sangue: “il sangue del tradimento di sé, delle sue amiche, che la faceva sembrare un’altra” a quello in cui diventano nonne, sembrano procedere per dissolversi, vivere per perdere il senso di sé e della loro gioia. C’è via di scampo? Quale?

Entrare nel bosco che si è sempre visto sullo sfondo. Lo diceva bene Clarissa Pinkola Estés: “se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio”.

Claudia Bruno, Fuori non c’è nessuno, Effequ 2016, pp.224, euro 13,00

da: Le donne che entrano nel bosco di Claudia Bruno, Letterate Magazine, Intervista di Laura Marzi

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