Le cose che non dico

La prima volta è successo con Sandro, sarà stato quindici anni fa. M’insegnava a cantare. Devi sentire il diaframma, diceva, e mi sfiorava il torace con i pollici. Respira un poco e tieni l’aria come su un lenzuolo, sostienila, diceva, aiutati con gli addominali più bassi come a voler fare un colpo di tosse, così, mi prendeva le mani e le portava a toccare il suo ventre. Facevamo lezione a casa sua, tutti i lunedì. Volevo imparare a cantare. M’impegnavo e mi entusiasmavo come una che fino a un attimo prima ignorava di avere una voce. Frusci, mi diceva lui. Come una radio quando non prende. Come le foglie. Sono afona? Chiedevo. No, rispondeva lui. Tutti abbiamo un suono, stiamo cercando il tuo. Sandro girava in quella stanza in pantofole, con una tuta acetata. A volte metteva i jeans, e una camicia bianca. Ma aveva sempre dei fogli in mano, pentagrammi con sopra le note che mi faceva leggere. Quel pomeriggio mi chiese di restare dopo la lezione, il tempo di una sigaretta. Io non fumavo. Restai a guardarlo mentre giocava con il fumo. Ci guardammo a lungo stringendo gli occhi a formare tante piccole rughe. Mi piaceva. Poi il cane abbaiò. E Sandro distolse lo sguardo, lo rivolse all’orologio tondo appeso al muro della cucina, e mi accorsi del rumore delle lancette. Era un rumore che copriva tutto. Se avessi detto qualcosa non si sarebbe sentito. Tra poco torna mia madre, disse lui. E mentre prendevo il cappotto mi sussurrò una frase in un orecchio. Gli posai le labbra all’angolo della bocca, e con il cuore in gola mi precipitai per le scale senza voltarmi.

La seconda fu una donna. Si chiamava Rebecca. Lavorava nell’ufficio a piano terra, adorava leggere romanzi. Indossava ogni giorno un paio di scarpe diverse, sempre con i tacchi, d’inverno con le calze color carne, d’estate senza calze. Le sue preferite erano quelle testa di moro. Le metteva più spesso. E aveva un gusto indiscutibile per le camicie di seta. Quando toglieva il cappotto era una festa per gli occhi. Per la gente del piano la prima notizia del giorno era senza dubbio scoprire come si era vestita Rebecca. Io invece lavoravo al sesto, neanche la conoscevo. La conobbi quando fummo entrambe coinvolte nella stesura del documento di fine anno del dipartimento. Dopo una pausa pranzo ordinammo un caffè e una crostatina di mele. Il caffè era per lei. Per me c’erano solo crostatine di mele. Dopo due settimane iniziò a portarmi un dolce tutte le mattine. Saliva al sesto in ascensore. La sentivo arrivare dal rumore cadenzato dei tacchi. Entrava nel mio ufficio con ancora il cappotto addosso. In una mano il libro, nell’altra la bustina di carta. Buongiorno, diceva. Posava la bustina sulla scrivania e se ne andava. Ogni volta era un dolce diverso, ma sempre alle mele. Non le dissi che non mi piacevano le mele. A maggio ci mandarono in trasferta insieme. Alloggiavamo in un hotel a cinque stelle, nella zona industriale. Le nostre stanze avevano un letto a due piazze e almeno cinque diverse boccette di shampoo allineate sul lavandino di granito. Avevamo conosciuto due militari, di quelli un po’ impacciati che ci provano alla vecchia maniera. Gli avevamo dato appuntamento per cena al centro.  La cosa ci faceva ridere di gusto. Quella sera avevo messo i tacchi anch’io. Bella sei, aveva urlato Rebecca dalla poltroncina della all guardandomi scendere imbranata dalle scale ricoperte di moquette. Al ritorno i piedi ci facevano male. Pensammo di prendere un taxi. Aspettavamo sedute su un gradone di pietra. Erano le tre e avevamo bevuto tutta la sera. Rebecca mi parlava dei libri che aveva letto. Chi si sveglia domani? Disse a un certo punto, e rideva. Poi m’infilò le dita nei capelli e venne più vicina. Aveva un buon odore. Mi succhiò il naso. La lasciai fare e  poi l’assaggiai anch’io. Sapeva di vino e di fumo dentro alla seta. Baciami, disse. Non mi lasciai pregare.

Con Filippo facevamo un corso di aggiornamento. Eravamo un gruppo folto. Tante donne, pochi uomini, molte slide. Dovevamo realizzare un progetto da presentare per la chiusura del corso. Lavoravamo divisi in gruppi. Io e Filippo eravamo nello stesso gruppo. Guarda, diceva, che per finire nei tempi dobbiamo dividerci il lavoro. Lo diceva a me che ero quella che invece pensava fosse meglio fare tutti un po’ di tutto, senza star lì ad attaccarsi ai ruoli. Finivamo sempre a discutere io e Filippo. O meglio, io dicevo semplicemente che non ero d’accordo. Tre parole. E Filippo iniziava ad argomentare. Pausa sigaretta? Diceva a un certo punto. E uscivamo sulle scale d’emergenza. È stato lì che mi ha raccontato di Carla. Vivevano in una mansarda a Trieste da due anni. Mi aveva fatto vedere la foto sul cellulare, era molto bella. Vogliamo fare un figlio, mi disse sorridendo. Non gli dissi che io avevo già un figlio. Filippo era una bella persona. Un pomeriggio mi prese il polso con una mano. Non preoccuparti, mi disse, anche se il tempo è poco porteremo comunque a termine il lavoro. Devi stare tranquilla mi aveva detto. Ma i nostri occhi si erano incrociati in un modo diverso da prima, la mano non lasciava andare il polso. Sembrava quasi una richiesta d’aiuto. Facemmo finta di niente. Ma non potemmo resistere alla tentazione di concederci la soddisfazione che si prova a lanciare piccole larve ai pesci di uno stagno. Iniziammo a inviarci parole nell’etere, con curiosità, ironia, e un po’ di turbamento. Chissà se anche lui, mi chiedevo. Chissà se anche lei, si chiedeva lui. Ma no, figurati. E invece sì. I pesci mangiavano di gusto. Il pomeriggio prima della presentazione del lavoro lo passammo nella sua stanza in affitto. Ero quasi del tutto vestita e Filippo mi stringeva i polsi mentre veniva.

Beatrice la incontrai ad un convegno. Aveva gli occhiali che le scivolavano sempre lungo il naso, e mentre parlava della sua tesi alla platea le tremava un po’ la voce. Si era laureata con il mio stesso relatore e a fine convegno andai a chiederle la bibliografia. Scoprimmo di avere molti interessi in comune. Ci scambiammo i contatti. Iniziammo a vederci il mercoledì alle due, per un caffè. Che poi non era mai un caffè. Lei prendeva una centrifuga di carota. Io un orzo. Beatrice si firmava Bea negli sms e mi parlava della sua tesi, ma soprattutto di altro. In particolare mi raccontava della sua passione per le attività manuali. Tutti gli anni di studio le avevano sottratto un piacere che sentiva innato, mi spiegava. Mi mostrò alcune foto di lavori fatti a maglia, poi di dolci che aveva decorato e venduto a dei locali, e ancora le immagini di alcune acconciature che aveva fatto a delle amiche. Una mi era piaciuta più delle altre, non lo nascosi. Te la faccio, mi disse con la luce negli occhi. Ci sei domenica? C’ero. Casa di Bea era piena di quadri. E in cucina aveva una parete completamente ricoperta di post-it, cartoline e piccoli biglietti lasciati dalle persone che erano passate. M’intrecciò i capelli davanti allo specchio del bagno, a partire dalla fronte e continuando fino alle spalle. Con l’aiuto di uno specchio più piccolo mi mostrò il risultato. Grazie, dissi, è bellissima. Te la insegno, mi rispose. Non le dissi che sapevo già farla. Ci scambiammo di posto e mi guidò le dita sulla sua testa. Poi mi condusse lungo i merletti del corpo, fino a dove voleva intrecciarmi le dita.

Di Giorgio mi ricordo bene, ci conoscemmo fuori da un teatro. Ero arrivata in macchina dall’autostrada per vedere lo spettacolo. Giorgio suonava la tromba. Con le dita affusolate pigiava i bottoni e il suono sbatteva contro le volte di pietra. Fuori dall’uscita laterale mi chiese da accendere, e iniziò a parlarmi. Aveva la fronte spaziosa e il naso grande. Un piccolo orecchino d’oro bianco sul lobo sinistro. Stringendo gli occhi mi parlava della solitudine. Ogni tanto salutava qualcuno. Conoscere tante persone e non stare con nessuna, mi diceva. Camminiamo? Mi chiese dopo aver rimesso lo strumento nella custodia. Camminammo. Mi parlò finché le piccole strade del centro non si svuotarono. Si sentivano solo i nostri passi rimbalzare sui muri. Mi spiegò come si suona la tromba, quanto ci aveva messo a imparare come si posiziona la lingua sull’imboccatura. Disse che il colore dei miei capelli gli ricordava un corallo che aveva visto sott’acqua durante una trasferta in Arabia. Mi scrisse mesi dopo che in un paese ad est aveva comprato per me un foulard, che portava appeso alla custodia della tromba in attesa di rincontrarmi. La notte che ci eravamo conosciuti ci salutammo che era quasi l’alba. Immaginare la sua lingua mi provocò tre orgasmi in una piazzola di sosta durante il viaggio di ritorno. Non glie lo dissi mai.

Con Enrico è successo tre giorni fa. La prima volta che l’ho visto eravamo sul 47. Facciamo lo stesso tragitto tutte le mattine, e a un certo punto abbiamo iniziato a salutarci. Durante il tragitto Enrico mi parla dei suoi personaggi, delle ultime trame delle sceneggiature che scrive. Mi dice che non ci dorme la notte. È di notte che gli vengono le idee migliori, quelle che sopravvivono alla luce, mi spiega. Io lo ascolto senza muovere la testa, cercando di restare aggrappata alle maniglie appese in alto. Con Enrico abbiamo imparato a stare molto vicini, quasi attaccati. Spinti da più parti riusciamo comunque a preservare una fessura sottile tra i nostri corpi. Lui divarica un poco le gambe per tenere l’equilibrio e io posiziono i piedi in mezzo a quello spazio. Conosco a memoria l’odore del detersivo con cui lava i maglioni. A volte c’è talmente poco spazio tra il suo mento e la mia fronte che mentre mi parla sento il fiato spostarmi i capelli. Tre giorni fa mi ha posato una mano sui reni e mi ha tirata leggermente a sé durante una frenata. La fessura si è chiusa. Gli ho affondato i denti nel collo. Siamo rimasti così per tutto il viaggio. Non gli ho detto che sono sposata, il rumore del traffico era troppo invadente, avrebbe coperto la voce. Se solo tu aprissi bene la bocca, scandissi le parole, mi ha detto un giorno mia madre. Ma alcune fessure hanno bisogno di restare socchiuse mentre l’aria ci scorre, di farsi strette mentre lasciano passare. Non tutti hanno lo stesso suono. Aldo, per esempio, arriva sempre con il passo felpato, infila i piedi tra i raggi di luce che filtrano dalle finestre. Lo sento che si avvicina ancora prima di aprire gli occhi, mi porta la colazione. Amo solo te, mi dice sempre. Io da vent’anni rispondo ti amo. Di me sa tutto, a parte le cose che non dico. Tra poco mi parla del suo lavoro, penso. Lo guardo e gli sorrido.

© Claudia Bruno – Questo racconto è comparso su ‘Cadillac Magazine’ #8 nel 2015 · Scarica il pdf

Annunci

WordPress.com.

Su ↑