Intervista a Claudia Bruno: il racconto è per me una sfida espressiva

Il tuo è un libro di racconti, intrecciati l’uno con l’altro, fino a comporre una storia unica. Una struttura che si sta affermando molto in narrativa tra gli autori nostrani, da qualche anno. L’hai scelta da principio o l’hai preferita scrivendo?

Avevo in mente l’idea del puzzle di frammenti, il fatto che una storia possa essere raccontata partendo da punti diversi, che nella vita vera l’esperienza di rimettere insieme i pezzi è affidata a ognuno di noi. Volevo una narrazione onnisciente ma non onnipotente, avevo il desiderio di lasciare vuoti degli spazi. Le strutture sono importantissime per me. Sono sempre alla ricerca di uno scheletro, di un’ossatura, della forma essenziale che sottende le cose e le sostiene. Nel caso di questo romanzo è stato uno degli aspetti a cui ho lavorato di più. È stato per me come tracciare le impalcature di un’opera di ingegneria in miniatura. Mentre facevo questo lavoro di studio e progettazione, continuavo a cercare, e cercando sono arrivata a Chi ti credi di essere di Alice Munro e grazie a una miniserie diffusa dalla HBO ho conosciuto Elizabeth Strout e uno dei suoi più noti romanzi di racconti, Olive Kitteridge, che ho letto poi solo più tardi ma che ho apprezzato davvero molto. Posso dire di essermi ispirata – nel mio piccolo, piccolissimo – a loro per la struttura di Fuori non c’è nessuno.

Hai scelto di raccontare, come in Norwegian wood di Murakami, la giovinezza, l’età dei legami che sembrano per sempre, quando gli amici fanno anche da famiglia. Immagino siano temi che ti sono cari…

L’urgenza era soprattutto quella di raccontare come il paesaggio di una periferia urbana possa incidere sulla percezione di sé e sulle relazioni. Ho scelto il periodo che va dall’adolescenza ai trent’anni come punto d’osservazione perché volevo capire come questo avviene negli anni forse più difficili e importanti per la definizione di quello che si sente di essere.

I temi del libro sono emotivi: amicizia, amore, ma anche appartenenza, radici. A chi o a cosa appartengono i tuoi personaggi? E da che cosa scappano?

Appartengono alla propria storia. Una storia che più si fa sottile più rischia di consegnarli al niente. È questo niente a cui continuamente cercano di sottrarsi che li inghiotte impietosamente, sembra più forte di tutto. Credo sia qualcosa che ci riguarda tutti, forse in questo momento di più.

Hai scritto molti racconti: credi sia la tua cifra espressiva o preferisci il romanzo?

La forma breve rappresenta per me una sfida espressiva e narrativa che comporta una ricerca continua. Al romanzo sono approdata in punta di piedi e nutro nei suoi confronti tutto l’entusiasmo e la prudenza di un’esploratrice. Non posso dirti di preferire una forma rispetto all’altra, la mia intenzione è di continuare a lavorare in entrambe le direzioni. E soprattutto di continuare a considerarle come due forme non necessariamente in competizione. Penso appunto, al romanzo di racconti o al romanzo breve.

Quando hai iniziato a scrivere?

È difficile per me rispondere a questa domanda. In un certo senso scrivere è il mio mestiere da molto tempo, e insieme a quello di redattrice è stato l’unico che mi ha permesso finora di sopravvivere. Quando sono stati pubblicati i miei primi articoli da giornalista avevo diciannove anni. Ho cominciato a pubblicare piccole storie, in forma embrionale, con i primi blog, i primi racconti brevi, dieci anni fa, da qualche anno ho iniziato a farlo con più coscienza e intenzione, e così sono arrivata alle riviste di racconti e al romanzo. Ma se vuoi davvero sapere quando ho iniziato, devo dirti che è accaduto ancora prima. Scrivere ha rappresentato per molti anni – forse lo è tutt’ora – l’unico modo che ho trovato per comunicare davvero con gli altri; quindi, in sostanza, di esistere.

Ancora sul racconto, genere letterario che si dà per spacciato di continuo, anche se a ben cercare il lettore può imbattersi in raccolte sublimi. Leggi molti racconti?

I racconti fanno sicuramente parte delle mie letture. Alcuni li dimenticherò difficilmente. E non parlo solo di Carver e Salinger, come si fa a dimenticare Una cosa piccola ma buona o L’uomo ghignante. Ma penso ad autrici come Natalia Ginzburg, Lucia Berlin, Ingrid Bachman, per fare qualche nome, e a come hanno saputo raccontarsi attraverso la forma breve. Non credo che il racconto sia spacciato di per sé. Io credo che ad essere spacciata sia la smania di stupire a tutti i costi, di giocare a chi la spara più grossa, è un tranello in cui rischiamo di scivolare tutti. La fiction può essere terribilmente noiosa. Da lettrice, nelle storie, lunghe o brevi che siano, cerco una voce che mi parli davvero, che mi sottragga allo spaesamento e alla solitudine. Per i romanzi, mi è successo di recente con Gli Anni di Annie Ernaux e con I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews. Li ho amati completamente.

da: Intervista a Claudia Bruno: il racconto è per me una sfida espressiva, L’indiependente, 2017 – A cura di Marina Bisogno

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