Il cacciavite

Le avevo detto, Benedetta, senti a tuo padre, per queste cose ci vuole un’altra testa. Ma tanto lei non mi ascolta, fa come vuole sempre. Si arrotola i capelli intorno al dito e cambia stanza. Con l’apparecchio, adesso poi, fa una smorfia strana – dice che le fa male, che dentro la bocca «si formano i graffi». Il dentista le ha dato una gommina trasparente da attaccarci sopra, ma tanto quando serve non la trova mai, a casa nostra si perde qualsiasi cosa. Il cacciavite, dappertutto l’ho cercato – e come lo sistemavo l’orologio della cucina – Benedetta, tu l’hai visto? Figurati se mi risponde. Da quando ha incontrato lo straniero non si è capito più niente. Adrian si chiama, viene dall’Albania. Dice che «stanno insieme». Come si fa a stare insieme a uno che va in giro dentro a dei pantaloni tanto stretti, con la cresta sulla testa e le zeppe sotto ai piedi – quello non si può nemmeno sedere con quei pantaloni, Benedetta, ma ti rendi conto? Dice che è un tipo sensibile, che dall’esterno non si vede. Benede’, le ho detto, sensibile o non sensibile, non m’interessa. A volte mi chiedo da dove sei venuta fuori, perché non sembri figlia mia.
Se ne torna una sera con una scatola più grossa di lei. È un acquario, mi fa. Me l’ha regalato Adrian. Un acquario? E che ci dobbiamo fare, mi sono alzato dalla sedia – ché io così la aspetto, sulla sedia vicino alla porta, davanti alla televisione; se non torna non riesco neanche a preparare un uovo sodo. Metterci i pesci, dice. I pesci. Mo’ ci vuole, noi, da quando esiste la mia famiglia, gli animali in casa non li teniamo, e che uno così, da un giorno all’altro, s’infila un animale dentro casa? Quelle sono creature vive. Mangiano, si ammalano, fanno i bisogni. Niente, si era fissata, voleva i pesci. Lo mettiamo in camera mia, così non lo vedi e abbiamo risolto. Lei risolve sempre, basta che risolve. Ci siamo tenuti quell’ingombro dentro casa per mesi. Ogni tanto Benedetta prima di andare a dormire veniva a chiamarmi davanti alla televisione. Vieni, diceva, vieni a vedere. Mi tirava per il pigiama fino alla sua stanza. Tutto buio, solo la lampada dell’acquario accesa: ‘mbé, e che dobbiamo fare qua? Bello eh, mi diceva lei tutta contenta. Meno male che sei contenta, le dicevo io. E me ne tornavo davanti al televisore. Solo qualche volta, quando lei non c’era, mi andavo a sedere sul ciglio del letto e me ne rimanevo un poco al buio a fissare la luce. Già che ce l’avevamo, il fastidio.
Certe sere, dico la verità, a guardarli quegli esserini sospesi nell’acqua – chi arancione, chi d’argento – mi facevano contento pure a me. Ce n’era uno incredibile. Teneva il corpicino trasparente che si vedeva la spina dorsale, e una righina blu lungo il profilo di sopra, ma di un blu curioso, del colore di un evidenziatore. Si dice fluo papà, mia figlia è precisa su certe cose. Vieni Fluo che ti do da mangiare, ci parlava. Prendeva la scatolina gialla e distribuiva le scagliette a pelo d’acqua. E quelli come arrivavano con le boccucce! La domenica Adrian chiamava. Le chiedeva, come stanno i pesci? Stanno bene, rispondeva lei.
Una volta, chiude il telefono – io stavo in cima alla scala, sistemavo l’orologio della cucina, che quello ogni tanto si ferma – poco dopo sento un grido. Ma forte, che il sangue ha fatto il giro e mi ha punto le dita. Benede’, che è successo? Di tutti i posti, proprio dietro al filtro dell’acquario Fluo si era andato a incastrare. L’occhio bianco spalancato di lato, poverello, che ci chiedeva aiuto, e noi che non sapevamo nemmeno come arrivarlo a salvare. Stuzzicadenti, matite, cotton fioc, Fluo non veniva fuori. E una volta smontato il marchingegno era troppo tardi. A veder sparire il corpicino nel gabinetto mi si era indurito il cuore. Benedetta aveva iniziato a dire una preghiera ogni volta che usava lo sciacquone. Non la potevo vedere così, si tirava via la pelle dalle dita, con le gambe non si stava un attimo ferma, andava continuamente a controllare l’acqua. Betta, senti a me, domani prendiamo tutto l’affare e lo riportiamo al negozio, ci dimentichiamo la storia, per queste cose ci vuole un’altra testa. E così il giorno dopo l’ho tolto di torno.
Che sarà durata la quiete, qualche settimana? Poi abbiamo ricominciato. Voleva il pulcino elettronico, come si chiama. Tamagoci, dice, è giapponese. Però stavolta è diverso, non servono le briciole, bastano i «cristalli liquidi» per farlo mangiare. Ci sono tre pulsanti, lo puoi curare, è piccolo. Te lo metti in tasca, nell’astuccio, lo attacchi al portachiavi. Per chiamarti suona, ma puoi togliere il volume. Non è ingombrante e poi è «finto». Adrian già ce l’ha, sono quindici giorni che lo fa vivere, è cresciuto. Lo voglio pure io così ne facciamo crescere due. Che parlo a fare, mezz’ora in fila alla cassa e ci siamo ritirati col pulcino giapponese.
Posso dire che ho perso una figlia? Ho perso una figlia. A tavola, per strada, in bagno, sempre con la faccia su ‘st aggeggio. E tìtìtì, e tìtìtì. Dico, Benedè mo’ diventi scema. «Ha bisogno di me». La frase più ripetuta dagli allevatori di pulcini elettronici – non dice compralo, ha bisogno di te, la pubblicità? Mi sembra che dice così. Com’è, tuo padre invece non ha bisogno di te? Benedetta, mi senti? Pronto?
Quando mi guarda sembra che sta da un’altra parte, che c’è solo il corpo. Benede’ sveglia! le dico ogni tanto, che se non ti svegli il mondo ti mangia. E mettiti seduta bene, fammi ‘sto piacere. Ma ti immagini a me, seduto così, con le ginocchia in faccia, la schiena storta. Che diresti tu, ti sembrerei una persona normale? E che io mi posso permettere di farle notare certe cose. Subito si offende. Posa la forchetta, se ne va in camera, si chiude dentro. Allora aspetto. Una, due, tre ore. Finché sento la musica, tutto bene. Mia figlia se le piace una canzone è capace di rimetterla da capo cento volte. Se la registra dalla radio direttamente sulla cassetta, sta lì col dito pronto, quando inizia schiaccia rec. E poi è un continuo, finisce e ricomincia, ti si ficca nella testa quella tiritera. Benedetta mia, le ho detto, tu mi fai uscire pazzo.
L’altro giorno a un certo punto non si sentiva più niente. Hai voglia a bussare, si era messa le cuffie. L’ho trovata che ballava davanti allo specchio, tutta sudata, il tamagoci attaccato al collo, i capelli davanti alla faccia – ché quelli mo’ si so’ fatti lunghi – una selvaggia. Non avessi mai aperto quella porta. Tu mi devi lasciare in pace, ha gridato. Ha preso la cassetta, e ha iniziato a srotolare fuori il nastro. Poi ne ha presa un’altra, e ha fatto lo stesso, non si fermava più. Così almeno sei felice, ha detto. Ci abbiamo messo una giornata per riavvolgerli a mano con la bic. Lei che piangeva, io che pensavo di essere il padre di una maledizione – altro che Benedetta.
Ma ti sei visto? Mi ha detto l’ultima volta che l’ho accompagnata dal dentista. Sei vecchio, poi io vicino a uno che porta la giacca mi vergogno a camminare. Ogni volta così, io dietro, lei avanti. Benedetta – la chiamo sottovoce, ché non mi va che ci sentono – dove vai, vieni qua. Benede’. Niente, non si gira. Ma ti pare che io e mia figlia dobbiamo camminare a un metro di distanza. E va bene che st’apparecchio per i denti è fastidioso, ma io che c’entro, io lo faccio per lei, le volevo regalare un sorriso più bello.
Forse crede che è colpa mia se la madre non c’è più. Capito che arrivo a pensare? Solo se ci penso mi si drizzano i peli sulle braccia. Ché mica è stata una bambina semplice, Benedetta, mo’ ci vuole. Ma una bambina senza mamma come fa a essere una bambina semplice? I primi anni balbettava, tre parole e s’inceppava. Deve passare, dicevano le maestre. Passerà. La mattina le portavo il latte caldo. Bevi, Benedetta. Se ne restava incantata davanti alla tazza, manco si accorgeva che il biscotto si era ammollato e ci era affogato dentro. Sbrigati, forza dai, le dicevo. Tra cinque minuti dobbiamo scendere. Ma lei niente, se ne stava lì con la bambolina sdraiata sulla tovaglia, ogni tanto le bagnava le labbra col dito che gocciolava di latte. Bevi, le diceva, e bevi. Io lo dicevo a lei, e lei alla bambola. Andavamo avanti così. All’asilo non ci voleva andare.
Di notte me la ritrovavo al bordo del letto che mi faceva prendere certi spaventi. Un pianto dirotto, uno di quei temporali che entra acqua da tutte le parti e non sai più come devi fare. Benedetta, papà, non fare così – le dicevo – mo’ mi fai sentire male. Mi faceva sentire male. Quando è nata, i primi mesi non riuscivo a dormire. La madre la metteva nella culla, spegneva la luce, ma io la sentivo che c’era, sentivo la presenza. A immaginarselo che saremmo rimasti io e lei. Un giorno che eravamo andati al mare – era ancora piccola – mi ha detto papà, ridi ogni tanto, non è che puoi stare sempre serio. Adesso invece esiste solo Adrian. Adrian ha detto, Adrian ha fatto. E il tamagoci. «Ci sei?» sbatte l’unghia, tictìc, piccoli colpi sopra al vetro; pure coi pesci faceva così. Dorme, mi spiega – perché dorme pure, ‘sto pulcino, sarà finto ma pare vero. Poi dice che stamattina non si muoveva tanto: era rimasta «una vita sola». E a noi, Betta, le ho risposto, quante vite ti credi che ci rimangono, una ce ne rimane, ancora te ne dimentichi. Vatti a vestire che facciamo tardi.

Mi ha telefonato l’insegnante poco fa, dice sua figlia ha avuto un collasso l’abbiamo dovuta portare al pronto soccorso. Che significa un collasso, non riuscivo a capire. Quello dev’essere stato il pulcino, sarà uscita la croce. Se esce la croce non si può fare più niente, io lo so – mia figlia è come me – noi ‘ste cose non le possiamo tenere, ci vuole un’altra testa. Dice, ma si è accorto che sua figlia non mangia? Che significa non mangia, io la vedo che mangia. Hai voglia i nodini di mozzarella, i taralli, il prosciutto crudo che si manda giù. Mangia che manco mastica, ingoia direttamente. Benede’, dico, mastica, ancora ti strozzi. «Poi il prosciutto s’incastra nei fili di ferro sopra i denti». L’insegnante ha detto che rivomita tutto. Mo’ vediamo che dice il dottore.

Quella mia figlia se lo voleva staccare da sola l’apparecchio. Capito il cacciavite dove era andato a finire. Dice che lo teneva in mano quando è svenuta, hanno trovato lo specchio del bagno tutto sporco di sangue. Chissà questi quanto ci vogliono mettere, sono due ore che aspetto. E qua dentro manca l’aria – non manca l’aria?

© Claudia Bruno – Questo racconto è comparso sulla rivista ‘Inutile’ nel 2018

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