Giustificazioni

Ieri c’è stato il penultimo seminario di Iaph Italia dedicato alla lettura di Simone De Beauvoir, Il Secondo Sesso. Il pomeriggio era incentrato sulla sezione che nel libro si chiama Giustificazioni. In queste pagine l’autrice traccia il ritratto di tre figure tipo di donne del suo tempo (il testo è del 1949): la narcisista, l’innamorata e la mistica, che fungono da “giustificazioni” per sfuggire al sentirsi niente, come se essere niente fosse un destino rispetto al quale una donna deve trovare dei modi per giustificarsi. E allora “la giustificazione diventa una strategia per ricevere l’essere da qualcun altro” ha detto Eleonora, che ha tenuto il seminario ieri e ha voluto ricordarci  come invece in Carla Lonzi (dove l’essere viene dalla relazione con un’altra, con altre) questo niente  diventi poi “un punto d’arrivo, una sottrazione di credito alla cultura e una conquista come condizione di autenticità”. Eleonora ci ha chiesto: “le donne oggi hanno bisogno di giustificazioni e di ricevere riconoscimento per non sentirsi che sono niente”?

Secondo me resta una domanda centrale, cruciale, essenziale anche per una donna nata dopo il femminismo, soprattutto se ha incontrato il femminismo. Perché l’automatismo ci spingerebbe a metterla in un angolo come un vestito vecchio, e rispondere che no, le donne oggi non hanno più bisogno di alcuna giustificazione per evitare di precipitare nel nulla. E invece io credo veramente che le cose non stiano in questo modo.  In primo luogo perché dentro il femminismo abbiamo dato per scontato, e continuiamo a farlo, che ricevere l’essere da qualcun’altra, di per sé non sia una giustificazione per sfuggire al niente, ma la conditio sine qua non della nostra credibilità. Nonostante la fatica che ognuna fa, o ha fatto, per liberarsi dall’introiezione dello sguardo di madri biologiche o simboliche, alla base delle nostre argomentazioni c’è l’assunto del femminismo che si è fatto maniera, e cioè che solo un’altra può confermarmi che esisto. Tuttavia, le condizioni di questa attribuzione di esistenza non sono mai discusse, e il “giudizio” resta la modalità prevalente attraverso cui attualmente le femministe, e molte donne, si danno o si tolgono credito. Ecco, è proprio dal giudizio che hanno origine le giustificazioni.

Il secondo motivo per cui secondo me non è vero che le donne oggi non hanno bisogno di giustificazioni e riconoscimenti per sfuggire alla percezione di sé come niente, è la relazione che una donna che ha incontrato il femminismo può avere con la sua presenza nel mondo e con la sua presa di parola pubblica. Questo sentirsi in dovere di rendere continuamente riconoscibile la sua parola e permanentemente visibile la sua presenza, mi dice di una giustificazione di fondo. Mi dice del terrore di tornare al niente come fosse un tradimento della storia. Non penso alla politica intesa come “potere”, penso alla femminilizzazione del lavoro, penso alla presenza massiccia delle donne nell’associazionismo e nel volontariato, e penso alla iper-militanza di molte donne che continuano a dire di voler rallentare e respirare, ma non rallentano e non respirano. Esserci, contare, vincere, farsi in quattro, dieci, mille pezzi, per mostrare che noi possiamo e sappiamo rifare il mondo e salvarlo. Avere continuamente un’opinione su quel che accade, dover per forza prendere parola per uscire dall’indifferenziato, usare le stesse espressioni per riconoscersi. Se mi vedi, se mi senti, se mi leggi, se mi ri-conosci, allora esisto. Poter fare questo è una conquista impagabile, doverlo fare per dimostrare di esistere è una giustificazione infinita. E le donne si giustificano, ci giustifichiamo, continuamente, con i corpi e con le parole. Le donne dubitano ancora di se stesse, dubitiamo di noi stesse, e quindi delle altre. Le donne non si danno abbastanza credito, non ci diamo abbastanza credito, e questo accade quando il credito è misurato sul giudizio e non sull’ascolto e sulla fede dell’altra, come di sé.

Nel seminario Iaph dedicato alla prostituzione Giorgia ha detto qualcosa di molto importante a mio parere riguardo al nodo della libertà, ha detto: “io sono convinta che si debba accogliere come vere le voci delle donne quando rappresentano se stesse come persone autodeterminate rispetto a ciò che scelgono di fare, quello che ognuna di noi vuole per sé, che nessuna si arroghi il diritto di dire che c’è un autoinganno, una falsa coscienza, che in realtà tu non sei veramente autodeterminata”. Questo dovrebbe valere non solo per la prostituzione, ma sempre e per tutte. Tra donne, tra donne che si sentono femministe e donne che non si sentono femministe, tra femministe e femministe.

La percezione che ho invece è che il femminismo contemporaneo da un certo punto in poi abbia instaurato una sorta di ipercorrettismo che di fatto tende ad allontanarci dal nodo dell’autenticità e dell’autodeterminazione e ci avvicina molto più alla giustificazione sociale e psichica di cui parlava Beauvoir a proposito di tutt’altri “tipi” e situazioni.

Anni fa durante un ritiro in Slovenia, Luce Irigaray disse dell’importanza del silenzio. Mi ricordo che scattai sulla sedia e pur dovendolo spiegare in una lingua che non era la mia mi sentii di prendere parola e dire che le donne erano state zitte per secoli, e che forse non era questo il tempo per dare valore al silenzio, perché non è mai troppo chiaro se una donna sta zitta perché vuole o perché è costretta dal contesto a farlo. Ci fu una serie di teste che annuivano. Invece Irigaray rispose: “questa è veramente la tua risposta a quello che ho detto, o stai pensando per automatismo?”. Io ovviamente risposi che era proprio la mia risposta. Irigaray mi disse: “beh, se non hai ancora chiara la differenza che passa tra un silenzio coltivato e un silenzio imposto hai ancora strada da fare”.

Ieri mi è tornato in mente questo scambio, a cui dopo quattro anni riesco forse a dare un senso. Tra me e me ho molto presente ora cos’è un silenzio coltivato, ma tra donne il confine tra silenzio coltivato e silenzio imposto non è affatto chiaro, non ancora. Nell’immaginario su di noi, il lusso di un’assenza temporanea o permanente dal discorso che non cancelli l’esistenza, non ci compete. Pretendiamo di dare e ricevere giustificazioni, comunque. Una donna o smette di esistere, torna al niente, al suo misero destino animale e immanente, oppure risponde impegnandosi nella sua continua dimostrazione di esistenza. Mi chiedo dove risiede la libertà in questo meccanismo. Perché se c’è un’eredità che il femminismo come movimento e pensiero ci ha lasciato è di chiederci continuamente se è qui che vogliamo essere, se è questo che volevamo dire o fare, e se volevamo farlo proprio così o in un altro modo.

La domanda è la stessa ma le risposte cambiano, ad ognuna il compito di rispondere dopo che la risposta arriva e non prima. Lasciar risuonare è diverso da annuire.

Io voglio essere una donna libera, non una femminista adeguata.

Questo articolo è stato pubblicato nel 2013 dal blog LabDonnae.

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