Da qui dentro, da qui fuori

Nell’ingresso, in questa sala, nello studio, nel corridoio, su questo tavolo che tra quattro ore si piegherà, si allungherà, ruoterà su se stesso, si chiuderà per riaprirsi diverso. Lavoro.
Su questo piano – conquistato, condiviso, rimediato, arrangiato – piccolo-troppo piccolo, stretto-troppo stretto, scuro-troppo scuro, pieno-troppo pieno. Poggio polsi, gomiti, avambracci, caviglie, talloni. “Questo è un angolo tutto per me”, l’ho scritto sopra, davanti, fuori. Che sia chiaro a tutti.
Sgombro e sposto. Libri, camicie, giocattoli, tazze, bicchieri, posate, bollette, volantini pubblicitari, ricette mediche, telecomandi, pietanze, lenzuola, riviste, pigiami. Rassetto e guardo. La ricomposizione dello spazio che si appresta ad accogliermi acerba.
Mi svesto e mi rivesto. Tolgo gli strati della notte, sistemo i capelli, mi piaccio-non mi piaccio, mi guardo. Sono lo spazio intorno che dice di me.
E siedo. Dietro a questa finestra sporca – sempre sporca -, davanti a questo stendino pieno – ancora pieno -, accanto al mio disordine – buongiorno.
Tra l’aspirapolvere e la libreria, l’attaccapanni e la porta, il divano e lo scaffale, le fotografie e i cd. Penso e risolvo, chiamo e scrivo, elenco e porto a termine, progetto, correggo, traduco, disegno, taglio e incollo, dico la mia – sul mondo, nel mondo -, resisto, invento, insisto, sono dentro e fuori dal mondo, sulla soglia del mondo. Monto, smonto, rimonto, rendiconto, mi disperdo intorno, raccolgo i cocci, mi compongo, mi scompongo, mi ricompongo ad ogni angolo. Chi cerca trova e salva con nome. Invio.
Polvere, c’è della polvere nel mezzo. E io mi muovo, senza scarpe, da una stanza all’altra, da una casa all’altra, porto l’ufficio in borsa, per strada, in treno. Libera dai fili, senza più fili, appesa a un filo. Rispondo. Pronto? Non mi vedi ma ci sono. Non rispondo, ti sento ma non ci sono. Tarantella di tasti e schermi, cuffie e microfoni. Dita veloci, sguardo fisso, gambe piegate–sempre piegate. Organizzo e trasloco. Cartelle, scatole, scatoloni. Sul monitor, nella stanza, oltre queste mura.
Ho sete ma non bevo, ho fame ma non mangio.

Che fai?
Corro.
Io ti vedo ferma.
E io ti dico che sto correndo.

Corro su questa sedia, in apnea, questa sedia che nessuno vede piena e nessuno può vedere vuota.
Un cervello e basta, denti serrati e spalle curve. Un pensiero seduto. Alt. Alzarsi, respirare, stiracchiarsi, camminare, guardare lontano, sollievo. Tana. Sono fatta di mani e di piedi, di sangue e di ossa, di acqua, di aria…

La giornata è un mozzico, lo diceva mia nonna e aveva ragione. Mentre il computer si accende preparo il caffè, soffio via le briciole della sera prima, guardo il cielo, mi sveglio. Chi ben comincia è a metà dell’opera, e io mi preparo, avvio, apro, mi accingo, incomincio, principio, mi faccio nuova per la giornata che inizia. Come se non mi fossi mai consumata.
Una, cento, mille. Quante giornate ci sono in un sole? Per contarle non basta il buio. Con il corpo scandisco il ritmo. Rassettare, accendere, stendere, rifare. Mani tese, pugni stretti, palmi e dorsi, lisciamente scorrono distesi sulla superficie sporca, ruvida, raggrinzita, umida. Mi cambio, mi lavo, mi allungo, esco a camminare. Accendo, pigio, avvio, clicco e ricomincio. Il mio tempo tra le dita, niente più minuti rubati a manciate, non più lo scorrere sprecato degli uffici, non più la mia esistenza in ostaggio. Libera, sono libera dai sequestri di tempo, decido io.
Liste, è una questione di liste. Cose da fare e cose già fatte. Sostituire sospesi puntini con un punto solo, rispondere ai prossimi mesi che già domandano, mettere alcune virgole, tenere a bada ispirazioni e aspirazioni, punto e a capo. Basta mezzora per fare ogni cosa. Una cosa per volta no, non si può. Tra una consegna e l’altra, tra una riunione e la prossima, mentre il download, l’upload, il backup finisce, rifaccio un letto, chiamo un’amica, avvio il pranzo, pago una bolletta, spunto elenchi. Multitasking, leggi capacità di portare avanti più processi simultaneamente. Dicono che donne e macchine siano bravissime a farlo, lo sostengono con grande entusiasmo. M-u-l-t-i-t-a-s-k-i-n-g, leggi meglio, etichetta graziosa per nominare in positivo sfruttamenti e autosfruttamenti.

Vivo qui, nel frattempo, in questo interstizio che non è una pausa in corridoio, in questa parentesi dove la vita fluisce indisciplinata e selvaggia, produco, riproduco, concilio, rincorro le cose. Apri nuova finestra, crea nuova cartella, salva bozza, aggiungi ai preferiti, riduci a icona, aspetta un attimo, è arrivato un pacco, ha chiamato la telepromozione, gli operai chiedono aiuto, la vicina chiede le chiavi, la gatta ha vomitato, il rubinetto perde, gli affetti mi reclamano, la casa mi pretende. E io rispondo: sì? Una, due, dieci, mille volte sì. Interrotta. Mentre il filo sta passando nella cruna annuisco molteplicemente. E l’ago cade. E il filo resta sospeso, e lascio tutto in sospeso. Che riprendo tra un po’, nel pomeriggio, stasera, domani, la settimana prossima, mai.
Quando segni le cose sull’agenda e dimentichi di guardare l’agenda.
Quando usi il timer del forno per tutto tranne che per cucinare.
Quando non senti il timer, il telefono, il citofono, il cellulare, perché sulle orecchie ti sono cresciute le cuffie.
Strategie.
Vorrei cinque vite, quarantottore al giorno, quattordici giorni a settimana, un sussidio di diversoccupazione. Vorrei aggiungere giorni ai giorni – il domedì, il sartedì, il luvedì? – vorrei essere ubiqua, trovarmi adesso dappertutto. Vorrei, vorrei. Volteggiare senza tregua, senza mai posare i piedi stretti in queste invisibili scarpe e maledette. Un desiderio più largo del corpo è d’intralcio all’esistenza.
Disciplina, ci vuole ascolto per muoversi al confine. La matassa sfocata, smodata, eccentrica, smisurata, bulimica, distruttiva chiede accordo alla materia.

Che fai?
Niente.
Che hai fatto?
Tutto.

Una tabella, un cartellone, una torta, ma senza zucchero. Quante ore dormo, quante ore scrivo, quante ore mangio, quante curo, mantengo, sostengo, lavoro? Me lo chiedo, mi rispondo, me lo richiedo, i conti non tornano, i conti mai. Non quanto, quanti, quante, ma come, quale, quali.
Io sono la sveglia che suona ogni mezzora, io sono la custode, la guardiana, io presiedo, questo luogo in fondo alla pancia con denti e unghie io difendo, questo luogo in fondo a tutto dove poggio i piedi scalzi, questo unico luogo dove il ritmo pulsa nelle vene sicuro, in tasca ho la chiave, io posso spegnere, dire no, io posso con queste mani nude angelici demoni soffocare, io posso, posso anche non rispondere, sparire, restare nascosta adesso qui, non farmi trovare dove ti aspetti.

Sono sola, sola insieme, insieme connessa sconnessa. Progettiamo lontanamente vicini, incontriamoci a distanza, affacciati. Mi vedi? Ti vedo. Mi senti? Non ti sento. Come ti senti? Punti, virgole, punti e virgole, faccine tristi, allegre, allibite piangono liquidi cristalli. Tagliar corto, ascoltiamo adesso questa musica, ti chiamo, scrivi via mail, leggo domani. Sincronie asincrone, prossimità virtuali.
Vieni, venite, facciamoci vivi. Facciamo da me, da te, da lei, da loro, scherziamo un po’. Sedie, cuscini, ripiani, posate, corpi s’incontrano, si scontrano, si toccano, una volta a settimana, due volte al mese, due giorni sì e tre no, si avvicinano. Usciamo, entrate, la porta è aperta, mangiate qualcosa, un bicchiere d’acqua, sedete senza routine in questa sala da pranzo all’ingresso allestita per riunioni in cucina.
Vicini, vicini come, così vicini siamo lontani, uno spazio non basta a trattenerci qui, ora, che sembra sempre troppo poco. Tempi risparmiati e fertili che si sta insieme tra parentesi. Si sta. Insieme, dai facciamo qualcosa insieme. Tratteniamoci qui, adesso. Non mollare la presa.
C’era una volta, tanti anni fa, andare a lavoro per andare nel mondo. Svegliarsi, infilare le scarpe, fuggire alla trappola, finire in trappola. Cattività, quiescenze, domesticazioni, resistenze. Come Dorothy nel Regno di Oz, con altri occhi torno sull’uscio, ripasso da casa, nessun posto è come casa, “per tre volte sbatti i tacchi e fai inversione”. Torno a me, nella mia pelle feroce, in queste ossa mammifere, infilo il mantello guerriero ricoperto di ciglia sensibili e fiere. Torno, senza ritorno, vestita d’innesti a casa nel mondo. Passo ancora, ripasso da qui, per questa traccia familiare e incognita, che poche volte si lascia vera incontrare.

da: Da qui dentro, da qui fuori, in Come un Paesaggio, Aa.vv., Iacobelli, 2014

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