Claudia Bruno. Estratti da un posto lontano

Partiamo subito con la prima domanda, la prima che mi viene in mente leggendo i tuoi testi: che rapporto hai con la preghiera, visto che compare spesso sotto forma di canto o di parola biascicata?

Credo molto nella forza della ripetizione. Posso dire che ripetere sequenze di frasi, anche solo mentalmente, è una pratica che fa parte del mio quotidiano. Ho una concezione forse ancestrale della preghiera, come formula magica, amuleto capace di riparare dalle avversità. C’è una preghiera che ripeto sempre quando mi sento vulnerabile, la ripeto finché non mi confondo. Più di tutto sono legata al suono che fanno le bocche nell’atto del pronunciare, al piccolo movimento che fa la lingua sul palato quando si bisbiglia tra i denti; quel sibilo, una volta che si libera dal significato delle singole parole, sembra assumerne uno proprio, e spesso mi aiuta mantenere un contatto con qualcosa che va oltre quella che può essere la mia piccola esistenza.

Un altro aspetto fondamentale della tua scrittura è sicuramente la lontananza, che va di pari passo con il ricordo.

Le distanze nello spazio e nel tempo sono un po’ la mia grammatica, perché è attraverso le distanze che riesco a sentire, e quindi a scrivere. La nostalgia è stata spesso liquidata come un modo superato di guardare al mondo, invece mi sembra un dispositivo importante per orientarci. È capace di indicarci se sentiamo qualcosa e verso cosa. In un’epoca in cui non sentiamo quasi niente, la considero preziosa. Non si tratta di elevare a mito il passato, quella è più una deriva. Si può provare nostalgia per qualcosa che non è mai accaduto, o magari per un bicchiere andato in frantumi cinque minuti fa.

Adesso voglio porti una domanda più generica: che importanza affidi alla parola scritta? Pensi che la migliore scrittura possa rendere reale l’immagine di un racconto?

Penso che la parola scritta non possa essere lasciata al caso, che ci sia tantissimo lavoro da fare ogni volta per farla quasi sparire, in modo che non sia d’intralcio a quel che spero sempre accada attraverso la scrittura, un incontro intimo tra due estraneità. La scrittura migliore è quella che non si vede, e che anche quando inventa dice la verità.

Nei tuoi racconti spesso si trovano persone che diventano luoghi, luoghi che diventano persone. In un racconto come quello de L’amica montabile (qui riportato in estratto, ndr.) le persone addirittura si scompongono: quanto fanno i dettagli nei tuoi personaggi, e quanto l’ambiente che li circonda li influenza?

È vero nelle mie storie c’è spesso una continuità di materia tra corpi e paesaggi. Penso a Greta, protagonista di Fuori non c’è nessuno, e al suo percepirsi come una “donna cantiere”, ma penso anche ai ricorrenti paesaggi domestici composti di piccoli oggetti che fanno come da contrappunto ai corpi di chi li abita, o ancora agli ambienti medici, con tutti i loro schermi e macchinari pronti a inghiottirti, digerirti, partorirti diversa. La relazione con il luogo è un elemento centrale nella mia scrittura, ci sono interni che diventano estranei e inospitali e improvvise intimità con spazi invece sconfinati oppure alieni.

Un’ultima domanda: è più importante, per i tuoi personaggi, quello che c’è (il presente?) o quello che non c’è, non c’è ancora o non c’è più (l’assente)?

Scrivo sempre di una mancanza e il presente mi sembra soprattutto questo, una mancanza. Se fosse un posto, sarebbe lontano.

da Claudia Bruno. Estratti da un posto lontano, Nefele, 2017, Intervista di Samuele D’alterio

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