Al piano di sopra

Al piano di sopra prima ci abitava un vecchio senza corde vocali. Pensavo che l’appartamento fosse vuoto e invece un giorno avevo guardato per terra e c’era una polverina bianca. Mi ero chiesta da dove venisse e alzando lo sguardo fino al soffitto avevo ricevuto la risposta. Intonaco. Il vecchio senza corde vocali diceva che non era colpa sua, né della sua lavatrice. Era colpa della pioggia, ripeteva aspirando. Pioh. Ggiah.

Qualche mese dopo, del vecchio non se ne seppe più niente e arrivarono loro. Li sentii salire e scendere le scale mille volte, spostare gli scatoloni strisciandoli sul pavimento. Lui la chiamava amore. Ridevano. Lei, soprattutto, rideva sempre. La sera d’estate con le finestre aperte le sue risate rimbalzavano sulla cortina del quartiere nuovo, un cantiere rimasto incompiuto dopo il sequestro di alcune palazzine. Quando eravamo arrivati noi, fuori c’erano solo le impalcature, e l’erba, sempre troppo alta. Avevamo tolto la calce dai pavimenti con le spatole e con le unghie. Le maioliche del bagno erano talmente impolverate che c’erano voluti tre giorni e cinque spugne per ripulirle completamente.

Arrivò l’inverno e presero un cane. Lo sentivo correre sul soffitto, urtare contro le pareti. Doveva stare fermo, gridava lui. Era un cane grande. Lo sentivo piangere quando restava chiuso dentro. Finché non decisero di chiuderlo fuori, lo avrebbero tenuto in balcone. Lo sentivo bussare contro i vetri di giorno, le persiane di notte. La doveva finire, gridava lui all’alba, altrimenti l’avrebbe finito. Lascialo stare, ripeteva lei con la voce impastata di sonno, torna a dormire. Invece lui alzava le persiane in una mossa sola, con tutta la forza che aveva, e iniziava a inveire contro il cane. Diceva che doveva morire, quindi doveva morire.

Vivevo in casa da sola per la maggior parte del tempo. La mattina il parcheggio si svuotava completamente, insieme ai palazzi intorno. Io lavoravo al pc, in silenzio. Nelle ore più calde uscivo a camminare. Qualche mese dopo, del cane non se ne seppe più niente, ma lui non perse l’abitudine. Si svegliava, sbatteva forte le persiane sul cassettone dove andavano a riavvolgersi, e iniziava a gridare. Adesso ce l’aveva con lei. Le chiedeva di ripetere cosa aveva detto, le avrebbe fatto vedere. Sentivo i loro piedi infilare le pantofole e pattinare sul soffitto. Lei lo implorava di smettere, sosteneva di non aver detto niente. Lo capiva che non ce la faceva a vivere così? Gridava lui con tutto il fiato che aveva in petto. Lo ca-pi-va! La voce era rotta dai colpi che sferzava contro le porte. Lei lo pregava. Ti prego un cazzo, rispondeva lui, e lanciava ogni volta un oggetto diverso. Quella fu la volta di un orologio da cucina. Lo sentii frantumarsi sul soffitto.

Di solito succedeva all’improvviso, dal silenzio, dal nulla. Prima solo la mattina presto, poi anche in altri momenti. Lei non rideva più. A seconda dei giorni era una mongoloide, una cretina, una menomata. Ecco cos’era, la definiva lui dopo l’ennesimo schianto di vetri. La colpa: una bottiglia di birra messa storta nel surgelatore, che si era rotta. La casa in disordine. Le chiavi che non si trovavano. Per questo, era una menomata. Lui la rincorreva. Lei lo implorava di fermarsi. Lui faceva più forte.

Non mi abituai a sentire le corse. I corpi urtare contro le colonne portanti. Qualcosa che imparai a immaginare, perché io, loro, non li avevo mai visti. Chissà se lei era bionda e lui era magro, se lei era alta e lui senza capelli. In poco tempo non riuscii più a fare nient’altro che tenere le orecchie tese, le mascelle serrate, il cuore su di giri al minimo spostamento d’aria. Dovevo essere pronta a scattare quando avrebbero iniziato. E quando avrebbero iniziato mi sarebbe successo di nuovo: filamenti invisibili mi avrebbero trascinata ancora lungo le traiettorie delle loro vibrazioni. La mia vita lì dentro non era più solo mia, non potevo non sentire, dovevo fare qualcosa.

Parlai con i vicini. Nessuno ne sapeva. Certo, qualcuno aveva intuito le urla, ma vai a capire di chi sono, che si dicono. Quei due erano pure in affitto, chi li aveva mai visti. I miei muri invece trasmettevano tutto, parola dopo parola. Fino al giorno in cui trasmisero “t’ammazzo”.

L’amministratore di condominio mi spiegò, avendo l’accortezza di scandire bene le sillabe, che quello che accade nelle case è affare di chi ci vive. Risposi che i muri proteggono la vista, non l’udito, che le case nascondono le forme dei corpi, non i loro suoni. Allora mi disse che sarei sempre potuta andarci a parlare, chiedere di stare più calmi, o fare un richiamo per disturbo della quiete condominiale.

Salii le scale fino alla porta del piano di sopra. Sotto il campanello la targhetta era rimasta bianca. Era una storia senza nome, una storia invisibile, che poteva non essere mai esistita.

Non suonai quel campanello, scesi di nuovo le scale e attaccai un cartello sul portone. Scrissi: per gli inquilini del primo piano. Non tutti i condomini sono sordi. Saluti.

La prima volta che chiamai in caserma digitai le tre cifre e rimisi giù due volte. E se davvero non mi stavo facendo gli affari miei? Mica li avevo visti, li avevo solo sentiti. Forse soffrivo di allucinazioni uditive. Forse stavo impazzendo. E poi, sentire qualcosa avrebbe provato qualcosa? Ricomposi il numero. Dall’altra parte della cornetta mi aspettava una risata divertita. Risposi che anche se chiamavo da casa mia, lavoravo nel centro d’ascolto per le donne della città, e che non mi sembrava ci fosse da ridere. Mi chiesero se al piano di sopra ci fossero bambini. Risposi di no. Dissero che in questo caso bisognava lasciarli stare, che a certa gente piace proprio così. Come s’incazzano si scazzano, affari loro. Mi sembrò assurdo e allo stesso tempo non faceva una piega.

Trovai la cassetta della posta corrispondente all’appartamento del piano di sopra. Ci spinsi dentro il volantino del centro d’ascolto. Davanti al recinto della zona sotto sequestro vidi una madre. Una madre da poco, con il piccolo nel passeggino. Intorno a lei non c’era niente. Niente.

Qualche mese dopo, lui non si sentiva più e la notte aveva iniziato a ospitare dei piccoli vagiti. Ecco spiegato il fiocco celeste sul cancello. Lei ha capito, pensai, non poteva andare. Sentivo i suoi passi scalzi a tutte le ore del giorno e della notte. Rivolta al piccolo alternava dei gentili amore di mamma a dei feroci stà zitto. Certe domeniche l’angoscia del suo pianto risuonava amplificata dalle tubature del bagno.

Invece lui tornò. Parlava a telefono sul balcone un pomeriggio. Parlava del battesimo. Si sarebbe tenuto a San Pietro, dove sta il papa, esatto, ripeteva a voce più alta nella cornetta. Ninnanannaninnaò, questo bimbo a chi lo do, cantava lei.

Ricominciarono. Lui sfondò le ante dell’armadio. Poi sfasciò una sedia. Poi se la prese con il mobile della sala. Lei lo implorava di smettere. Lui minacciava di ucciderla. Il bambino piangeva.

Una sera d’estate le urla raggiunsero la finestra di una coppia di amici, nel palazzo di fronte. Da lì, si vedeva il profilo di lui strattonare il profilo di lei, rivolgerle contro il pugno alzato in aria. Molti erano usciti sui balconi ma nessuno faceva niente. Chiamai in caserma, un’altra volta. Dissi che c’era un uomo che stava tentando di uccidere una donna, da mesi, all’interno del loro appartamento.

La volante arrivò quando era già tutto in ordine. Il bambino non piangeva più. Lui le parlava piano, lei lo chiamava amore. Il giorno dopo partirono e nessuno li sentì per settimane.

Ricominciai a dormire, ad avere fame a colazione, a concentrarmi sulle cose grandi e su quelle più piccole. Finché una mattina non la sentii gridare. Le aveva colpito un occhio, non ci vedeva più. Lei urlava che stavolta lo avrebbe detto a sua madre. Lui rispondeva che tanto nessuno le avrebbe creduto. Ti ammazzo, gridava lui. Ti prego, rispondeva lei. Erano tornati.

Non so bene cosa mi prese, ma ricordo che i piedi si mossero così decisi verso lo stereo e le dita delle mani cercarono così in fretta il piccolo cilindro, e iniziarono a girare, girare fino ad alzare al massimo il livello del volume. No alarms and no surprises, no alarms and no surprises.

Poi i Radiohead smisero di suonare, e ogni cosa tacque per sempre.

Fu la fine della storia. E la storia diceva che nessuno ci salverà al posto nostro.

Di loro non si seppe più niente. Non si seppe se lei era bionda e lui era magro, se lei era alta e lui senza capelli. Se avessero nomi umani al posto di amore t’ammazzo e amore ti prego, se fossero mai esistiti su questa terra.

Al piano di sopra adesso non ci abita nessuno. L’appartamento è vuoto, la targa sotto il campanello è rimasta bianca. Alcune mattine d’inverno mi sembra di sentire ancora le corse, i corpi urtare contro le colonne portanti. Allora tendo le orecchie e per un attimo il cuore impenna. Ma è solo il vento, e allora esco a camminare.

© Claudia Bruno – Questo racconto è comparso sulla rivista ‘Abbiamo le prove’ nel 2016

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