Adesivo speciale per incollare fortemente

In principio era il vaso. Caduto dal ripiano, frantumato in molteplici pezzi. Schegge, ne avevamo trovate fin sotto l’armadio, per mesi ne spuntavano fuori. Poi la maniglia della finestra, all’improvviso staccata, e ancora dopo il chiodo, scivolato fuori dallo stucco dietro il quadro, e la lampada mantide con le antenne spezzate, e il tavolo, dall’oggi al domani scheggiato, e il vassoio sbeccato, e una crepa sottile e bastarda, all’angolo della specchiera a muro, e il filo, tiratosi via dalla sedia impagliata, e la rete del letto slabbrata, e il telecomando più piccolo che senza preavviso aveva perso le viti, e lo strappo che aveva traversato la federa, e poi il frigo, che nelle ore notturne si era messo a sbottare. Quando anche la lavastoviglie aveva fatto sblomp, prima di spirare, sembrava ormai chiaro che la forza che ci aveva tenuti avvinghiati prima di andare a vivere in quella casa si era dissolta più veloce dell’odore del brodo con le finestre aperte. Io e Barbalunga arrancavamo dietro alle cose che intorno franavano, passavamo i giorni a recuperare, incollare, avvitare, ricomprare da capo. Nuotavamo, annaspando contro una corrente sotterranea e centrifuga, invisibile e comunque violenta, priva di pietà o di qualsiasi compassione, qualcosa che stava diventando più grande di noi tutti e due messi insieme. Allora partiva la gara dei conti. Centocinquantatré e settanta, biascicava lui davanti agli scontrini in fila. Cinque per otto quaranta, sbattevo io sul ripiano fatture e bollette. E alla fine nessuno faceva scopa, ma ci restavano sempre un sacco di prezzi da pagare. Quindi contavamo i resti, gli avanzi di monete, e infine mangiavamo gli ossi, li spolpavamo lenti per farli durare più a lungo, e prendevamo tregua nel sonno, le mani tenute ben ferme sotto i cuscini, i piedi incastrati vicini.

Facciamo un figlio? Gli chiesi una notte. Lui invece una sera tornò con Filú.

adesivo speciale due

L’ho trovata, disse mostrandomi la scatola di cartone, di quelle in cui entrano al massimo un paio di scarpe. Filú se ne stava rannicchiata, da lì dentro ci guardava con l’aria di chi sa molte cose senza avere la presunzione di starlo a puntualizzare. Saluta, Filù. Le comandò Barbalunga. E dal momento che Filù salutò, accompagnando con trillo sottile un lievissimo cenno del capo, l’ordine delle cose iniziò inaspettatamente a mutare.

Filù aveva sempre fame, e bisognava nutrirla alternando l’umido alla parte più secca. Ci si doveva ricordare di cambiarle la sabbia per i bisogni. E poi di somministrarle vitamine, e spazzolarle le gengive. E di dedicarle alcune attenzioni. L’affetto, per esempio. A dosi piccole e costanti. E poi le cure. Almeno tre volte al giorno prima e dopo i pasti, sotto forma di gocce o pomate a seconda dei mesi. E ancora, era necessario tener conto di alcune accortezze, come trovare un modo per farle capire dove poteva o non poteva posare le zampe, e istruirla su cosa poteva o non poteva mordicchiare.

Io e Barbalunga trascorrevamo i giorni pensando a Filù, andandole incontro, immaginando cosa avrebbe combinato un attimo dopo, chiedendoci come avevamo potuto fino ad allora vivere senza. E sentivamo, di sottofondo, come una forza riparatrice lievitarci gli animi, qualcosa che ci sfuggiva piacevolmente di mano.

Filù era capace di quel che noi non eravamo stati in grado. Attraversava le stanze e le riempiva di grazia, poi sfinita crollava nel sonno ristoratore, e nessuno di noi osava neanche pensare di provare a svegliarla, perché era chiaro che da quel sonno si riforniva delle energie necessarie a portare avanti un’esistenza che da soli non avremmo più saputo sostenere. Così, quando Filù dormiva camminavamo scalzi, trattenevamo fiati e parole, e restavamo zitti, se proprio dovevamo soffiare fuori l’aria lo facevamo pianissimo, lasciandola strisciare dai polmoni ai denti.

Non eravamo più gli stessi, quella casa non era più la stessa. Con quattro orecchie Filù sentiva molto più di noi, e da come intrecciava le code si capiva sempre di che umore fosse, senza bisogno di spiegazioni o didascalie. Quella creatura parlava una lingua a noi sconosciuta, che consisteva nell’iniziare il discorso dal mezzo e procedere tutt’intorno fino ai lati, qualcosa che noi non avremmo comunque potuto comprendere. In compenso, a seconda delle esigenze, dal musino aspirava la polvere o soffiava aria calda per asciugarci le mani, e spesso ci veniva incontro con il calzino scomparso tra i denti, da recapitare al compagno spaiato, e le antenne che portava tra i peli erano costantemente sintonizzate su diverse frequenze in modo da trasmettere senza margini d’errore la canzone giusta al momento giusto che sapeva accompagnare con i dodici baffi a corda. E il fatto che avesse più d’un paio d’occhi luminosi anche al buio ci permise di risparmiare in elettricità, e di fare l’amore più spesso. Perché con Filù si vedeva abbastanza ma non così tanto da distrarsi. E dunque, quando Filù restava a guardarci nella posizione della lampada sfinge, c’infilavamo umidamente l’una nell’altro fino a non capire più dove iniziava l’uno e finiva l’altra.

Con Filù, il tempo spariva e inghiottiva gli spazi. Ma la sua dote più incredibile, quella che ci fece restare a bocche spalancate, era senza dubbio la viscosità. Filù, infatti aveva una bava che sapeva spalmare delicata con la lingua ruvida sopra i bordi delle cose, e così le aggiustava. Fece in tale modo per il vaso, per la maniglia, per la specchiera, e tutto il resto in poco tempo riprese la sua forma originale. Filù sapeva come tenere le cose attaccate a se stesse. Ci aveva aggiustato la vita, e per la contentezza trotterellava lungo i muri e fin sopra i soffitti disegnando nell’aria traiettorie di ellissi perfette che abbracciavano le tre dimensioni, perché Filù era dotata di piccole ventose polpastrelle che le consentivano di stare in dialogo con la gravità.

La sera che Barbalunga portò a cena il signor Naso eravamo completamente ignari di ciò che quella visita avrebbe comportato. Filù ci girava tra i piedi, sotto il tavolo allacciava le scarpe e aspirava le briciole. Quando sull’onda dell’entusiasmo raggiunse il lampadario in punta di ventose e suonò per noi una ciarda, il signor Naso non si trattenne più, e ci fece la sua offerta. Si trattava di molti zeri, spiegava versando l’amaro nel bicchiere più piccolo. Ma in cambio voleva Filù. Le avrebbe aggiunto dei pezzi, per potenziarne le funzioni ed estenderne la memoria, ne avrebbe munto le piccole mammelle per estrarne campioni riproducibili, e dopo aver effettuato un backup l’avrebbe portata nella sua compagnia itinerante, la compagnia degli animali elettrodomestici. Barbalunga disse che ci avremmo pensato, e dopo l’amaro lo salutò chiudendo la porta. Io non dissi niente finché non sentii i passi del signor Naso svanire nella nebbia. Era chiaro, precisai a Barbalunga guardandolo dritto nelle iridi, che non avremmo accettato. Ma Barbalunga cercò di convincermi che gli zeri erano davvero tanti, che con quegli zeri avremmo potuto rifarci una vita, che una vita nuova sarebbe stata migliore di una vita riparata, che al diavolo Filù. Cominciai a gridare che non esisteva, che Filù era arrivata per sorpresa, e così come non l’avevamo acquistata non avremmo potuto venderla. Ma Barbalunga era diventato insistente, e la discussione si era fatta più accesa, tanto che ognuno iniziava a temere che l’altro avrebbe rovinato tutto.

Fui esausta dopo poco, presto pensai che volevo lasciare quella casa. Me ne vado, dissi. E cadde il vaso, andò in pezzi sui piedi di Barbalunga che alzò la voce, imprecando disapprovazione. E iniziò a urlare che ero pazza, e malata, che dovevo farmi curare, perché vedevo la realtà come un frantumo, e consideravo le parti anziché il tutto, e per  rivolgermi a lui mi ostinavo a chiamarlo con il nome di un personaggio dei cartoni animati. Allora io urlai più forte. Afferrai Filù per le code, l’avrei portata con me, ma le mani di Barbalunga furono veloci almeno quanto le mie e presero Filù per le orecchie. E mentre gridavamo ogni cosa iniziò a tremare. Fu così che la maniglia della finestra si staccò all’improvviso, e ancora dopo il chiodo scivolò fuori dallo stucco dietro il quadro, e alla lampada mantide si spezzarono le antenne, e si scheggiò il tavolo, e si sbeccò il vassoio, e comparve una crepa sottile all’angolo della specchiera, e un filo si tirò via dalla sedia impagliata, e si slabbrò la rete del letto, e il telecomando più piccolo senza preavviso perse le viti, e lo strappo traversò la federa, e poi il frigo si  mise a sbottare, e  la lavastoviglie fece ancora sblomp.  E mentre tiravamo l’uno in una direzione e l’altra nell’opposta, non ci rendemmo conto che per lo scuotimento Filù aveva perso le batterie che una dopo l’altra erano scivolate sul pavimento. Ci volle niente perché si sfilassero pure i dodici baffi, e alcune antenne, e almeno un paio d’occhi luminosi.

Ci incolpammo a vicenda di quello scempio, ci accusammo reciprocamente di aver mandato ogni cosa in malora, continuammo a gridare come ossessi anche quando crollarono le gole e implosero i petti. Finché di Filù non rimasero che le tre code separate e distinte sulle mattonelle, e una piccola lingua, secca, disidratata, incapace di tenere insieme persino due granelli di polvere.

© Claudia Bruno – Questo racconto è comparso nell’antologia ‘Costola’ nel 2016, illustrato da Misstendo

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