Agosto 24, 2009

confessione

le persone che amiamo di più sono quelle che possono farci più male.

Luglio 1, 2009

immaginavo il futuro

Hanno detto che dall’immaginazione del futuro dipende la vivibilità del presente. Io è da quando sono nata che immagino un sacco di cose, e anche se la maggior parte di quelle accadute sono state inaspettate, la mia immaginazione mi ha permesso di respirare, di godermi l’attimo, mi ha tenuta in vita. Per esempio a tre anni immaginavo di vivere sulla spiaggia con tanti gatti, a sei credevo che la mia casa sarebbe stata su un albero di olivo, a otto credevo che sarei stata la più meravigliosa e volteggiante pattinatrice sul ghiaccio, a dieci immaginavo il mio catalogo da stilista, a dodici sognavo di amare un uomo alto con i capelli neri, a venti di andare a vivere all’estero. E questo – nonostante abbia vissuto una vita in un banale appartamento di città saldamente piantato a terra, senza gatti, nuotando quando non camminavo, e pattinando raramente, e mi sia innamorata di un uomo biondo e di media statura che mi ha tenuta ancorata all’Italia – beh, mi è servito lo stesso. Sì, ci sono state anche un sacco di cose che ho immaginato e realizzato, ma posso dire che la mia vita sia stata costituita realmente, effettivamente, materialmente, dalle cose che sono accadute, come da quelle che sono rimaste frutto della mia immaginazione. Perché queste ultime in qualche modo mi hanno fatto muovere, mi hanno fatto desiderare.
Poi a un certo punto è successa una cosa strana. Non so dire se il processo sia stato graduale o se sia stato qualcosa di simile a un improvviso cortocircuito. Fatto sta che ho cominciato a immaginarmelo talmente troppo, e in talmente tanti modi, questo futuro, che non era più credibile. Quando ho dovuto scegliere cosa studiare per diventare cosa, ho capito che non volevo diventare nessuna delle scatole che mi proponevano. Non ho potuto “scegliere”, ho potuto decidere che avrei studiato una cosa che mi piaceva studiare. Ho pensato che solo se avessi fatto ciò che davvero mi piaceva lo avrei fatto al meglio contribuendo al bene della comunità. Sono stata fortemente indecisa tra biologia, psicologia, lingue e lettere. Ero talmente tanto affascinata da ciascuna delle quattro che cominciavo a capire come, nella mia immaginazione, tutte “potevano essere”. Mi immaginavo rispettivamente in un laboratorio di immunologia a spipettare e contare cellule, dietro una scrivania a scavare nelle emozioni dei miei pazienti, in una casa editrice a curare romanzi. Tutto questo poteva essere nella mia immaginazione, e molto altro ancora. Eppure in ognuna delle opzioni mi sarebbe mancata una parte di me. Volevo di più, volevo seguire la vocazione. Io la vocazione ce l’avevo, ma con il diventare qualcosa c’entrava poco. A me piaceva raccontare i fatti. Inventare, anche, ma da dietro le quinte. Testimoniare senza essere vista. Pensai che il giornalismo fosse la cosa che si avvicinasse di più a questo desiderio, ma era un modo per tradurre il mio desiderio alla società, non esattamente il mio desiderio. Scelsi di studiare comunicazione, senza averlo mai immaginato. In un certo senso scelsi la non scelta, ma lo rifarei perché al di là del giornalismo che poi è tutt’altro, il concetto di comunicazione è l’interrogativo che più mi tiene sveglia, in un modo sorprendente e aggiungerei inaspettato. Ma la storia di cui dicevo è un’altra: d’un tratto il futuro è diventato un concetto così astratto, così contaminato, così variabile, che non ho più saputo come caricarci sopra delle aspettative. Mi sono ripiegata sul presente, cos’altro potevo fare. Mi sono detta: se vivo bene il presente, il futuro verrà da sé. Mi sono anche detta: se oggi faccio quello che mi piace lo farò anche domani. L’oggi è il domani. Dunque non sono più responsabile del domani. Perché il domani è già oggi, non esiste, è un concetto inutile, dopotutto. Ammetto che incarnare questa credenza ha avuto effetti non indifferenti sul mio livello di cinismo e anche sulla mia capacità di reagire con distacco alle situazioni. Ma riconosco anche che mi ha aiutata parecchio a superare momenti ibridi che altrimenti sarebbero risultati letali. Proprio con questa consapevolezza comincio a pensare che in fondo la mia dev’essere stata simile a una strategia di sopravvivenza. Sì, devo aver fatto qualcosa come schiacciare “pause” per sopravvivere al succedersi caotico degli eventi, liberatorio per alcuni versi, insostenibile per altri. Finché poi non ho smesso di pensare che fosse totalmente un “mio” problema, ma che fosse un problema del tempo che vivevo. Penso a mia madre, a mio padre, quando avevano la mia età. Loro immaginavano perfettamente il loro futuro. Vedevano il lavoro per cui avevano studiato, la loro casa, e vedevano anche me. Quindi credevano. Quindi vivevano. Se dall’immaginazione del futuro dipende la vivibilità del presente, posso immaginare retroattivamente che vivessero abbastanza bene le loro giornate. Forse, immaginavano anche diversamente da noi, nel senso che inventavano poco. Noi inventiamo tanto ma non immaginiamo più. Non solo non ci viene offerto il disegno della stabilità, un danno minimo per tutti quelli che non se lo sentono cucito addosso, ma soprattutto non ci viene offerta la possibilità di disegnare un’alternativa alla stabilità. Ho sempre pensato che il fatto che nessuno dopo gli studi mi avrebbe chiamato per il famoso posto fisso fosse una liberazione, io volevo veramente immaginarmelo il mio futuro, volevo crearmelo io, non volevo recitare semplicemente un copione già scritto. Anche il fatto di poter uscire fuori dalle forme di convivenza già codificate mi appariva come una possibilità di inventare relazioni autentiche, tenute in vita da se stesse e non dall’esterno. Ma non avevo dato abbastanza peso a come questa liberazione dalla “stabilità” non fosse in realtà una conquista, bensì un semplice dato di fatto che la mia generazione si trovava a condividere. Le stesse convivenze sono diventate instabili in un modo che non rientra affatto nel concetto che avevo di “imprevedibilità”: perché la loro forma sfugge ai miei “voglio”, dunque alla potenza della mia immaginazione. Adesso mi chiedo che effetti può avere la confusione del desiderio di flessibilità come possibilità di immaginare strade che ci assomiglino, con la precarietà esistenziale e con la fine dell’immaginario sul futuro. L’invenzione con l’impotenza. La resistenza al dolore con il dolore. A un tratto mi sembra tutto così chiaro, e questa confusione così palese..che il presente si rivela per quello che è: decisamente insostenibile.

Giugno 4, 2009

ho sbagliato tutto

dunque, dunque..
lavoro, lavoro..
domando lavoro..
cerco lavoro..
offro lavoro..
perdo/trovo/invento lavoro..

poi:

ANZIO, ragazza bella e carina, 24 anni, faccio massaggi tutti i giorni.
CASTELLI ROMANI, massaggiatore trentenne, bella presenza, esegue massaggio completo rilassante con doppia emozione. fino a tarda sera.
CENTOCELLE, polacchetta bellissima, gentile, t’innamorerai. provare per credere. solo distinti.
VALMONTONE, bellissima ragazza statuaria, 1,80, mora, completa, tutti i giorni dalle 10 alle 22.

tutti i giorni..
doppia emozione..
solo distinti..
completa..

ho sbagliato tutto.

Maggio 28, 2009

La preda

Ho in mano il libretto verde della Duden, la copertina ruvida sotto i polpastrelli mi aiuta a far scorrere il tempo. Ho dimenticato il lettore mp3, non c’è sollievo che possa salvarmi dalla noia di questo viaggio verso la capitale. “Il corpo della donna come luogo pubblico”, più del titolo non riesco a leggere: la signora davanti a me parla a voce alta, altissima. Non c’è modo per andare oltre l’introduzione. Sfoglio le pagine. Mi fermo sul confronto tra le immagini dei due numeri di Life. Leggo: 1965, un feto vivo di diciotto settimane nel sacco amniotico, con la placenta. 1990, l’embrione di cinquantasei giorni nuota in un liquido salino come le acque primordiali in cui ha avuto origine la vita. La signora è un’infermiera, parla sempre più forte perché l’autobus ha imboccato la SR 148 e la velocità è aumentata, insieme al rumore dell’aria tagliata dai finestrini aperti. La signora lavora al Sant’Eugenio, lo dice orgogliosa alle due donne in divisa, controllori, sono a bordo per assicurarsi che tutti facciano il biglietto. Le ho già viste, loro. È una squadra di tre donne addestrate all’aggressione pubblica. Due grasse e bianche, una magrissima e dalla pelle scura. Loro sono “i controllori”, una squadra nomade del sud pontino. Te le ritrovi a sorpresa quando meno te l’aspetti che urlano “BIGLIETTO PREGO!”. Le scene peggiori le ho viste tra loro e gli immigrati senza biglietto. Perché se la risposta a “Biglietto prego!” è il silenzio, la domanda successiva è “UN DOCUMENTO DI IDENTITA’, PREGO!” e molto spesso anche la risposta a questa domanda è il silenzio. È in quel momento che le tre in divisa sfoderano il meglio di sé, o il peggio. Sembrano cagne tenute in cattività da chissà quali spietati padroni che devono averle severamente addestrate al disprezzo del prossimo. Continuo a leggere: un disco verde-oro in campo violetto, circondato, sulla sinistra, di bollicine giallo chiaro, forme che sembrano nuvole..Nuoto anch’io in un liquido salino tra nuvole verdi-oro-violetto, e la signora continua a parlare. Ma io nuoto lo stesso, con lo sguardo fuori dal finestrino, distolgo la messa a fuoco, vedo i colori mischiarsi. Poi comincia la rissa. Un corpo a corpo tra “la controllora”, una delle grasse, e un immigrato islamico. Lei gli ha chiesto “biglietto prego”, lui le ha risposto silenzio. Lei ha pronunciato forte “DOCUMENTO”, si aspettava silenzio. Invece lui ha tirato fuori un foglietto stropicciato con la foto appiccicata sopra con lo scotch. È finto. Lei fa per prenderglielo dalle mani ma lui lo tira indietro. Il simil-documento si strappa. Lui si alza in piedi e le da una spinta. Comincia a insultarla che non sa fare il suo lavoro. Lei si gonfia dalla faccia ai piedi. È un pallone di gomma. Un grande pallone con la camicia azzurra. E comincia a urlare in una maniera disumana, bestiale, testosteronica. L’islamico la strattona e lei fa il petto grosso, urla insulti e lo trascina per il corridoio a spinte. Lo istiga, mentre le altre due lo tengno fermo. Lui le sputa addosso, una, due, tre volte. Si scambiano parole volgari. Gridano grattando in gola. L’autista inchioda, ferma l’autobus, implora di smetterla, a lui e a lei. Ma sono bestie paranoiche, continuano. Sbraitano, sputano, si minacciano. L’autista non riparte. Rimaniamo fermi sulla S.R. 148. Dobbiamo assistere alla rissa dei due cani arrabbiati, ognuno orgoglioso del suo piccolo rancore. C’è competizione. È una lotta tra deboli in un sistema di forti. Lei: la donna in divisa. Si comporta come il peggio degli uomini. Sbatte, scalcia, fa la voce grossa. Lo fa perché Lui, un uomo, un immigrato, ha alzato le mani su una donna, un pubblico ufficiale. Lui: l’immigrato islamico, sputa, bestemmia nella sua lingua e nella nostra, offende, invoca la civiltà, si sente vittima di razzismo, fisicamente offeso dall’ultimo essere che nel suo mondo può permettersi di avere potere, una donna. Ma lei non ha potere, ha paura. È una donna prima ancora di essere un controllore: la spinta e gli sputi di quell’uomo sono una violenza al suo sesso prima ancora che un rifiuto dell’autorità. Lei reagisce facendo come lui, peggio di lui. Vuole essere l’uomo più forte dell’uomo. Il suo avversario la insulta di esserlo. Lei non sa più chi è. Una donna. Un’autorità. La brutta copia di un maschio cresciuto col mito della coercizione. Non sa gestire. È un controllore fuori controllo. Mi chiedo che formazione ci vuole per fare un lavoro del genere. Se basti essere addestrati al disprezzo o ci sia bisogno di qualcos’altro. Mi chiedo anche se una donna può rivendicare il suo essere donna mettendo la faccia sotto i piedi e trasformandosi nel più frustrato degli uomini solo perché indossa una divisa storicamente attribuita alla cultura maschile. Rispondere alla violenza con la violenza, agli insulti con gli insulti, non è una soluzione. Ancora di più su un autobus dove la maggior parte degli occhi sono immigrati. Alcuni di loro gentilmente cercano di spiegare alla cagna impazzita che potrebbe parlare senza gridare, e far rispettare le regole senza insultare. Lei si offende di più, urla di più, si mette le mani in testa. Lei è la vera preda. Preda della violenza sul suo sesso, preda di una divisa che non le appartiene, preda della cattiveria che ha imparato ad emulare e della autorità che non sa esercitare. Preda di sé stessa, perché incapace di raccontare altre storie.

Maggio 25, 2009

abbiamo perso la faccia?

estratto dal documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi

Maggio 23, 2009

il fagiolo secco

DRIIIN, DRIIN, DRIIIIIIN!

«pronto?»
«s******?»
«no, sono la figlia…chi è?»
«s******?»
«…s****** non c’è, sono la figlia..chi la desidera?»
«sei g******?»
«no…chi è?»
«sei c******?»
«sì sono io, ma chi è?..pronto?»
«mamma non c’è? sono a********!»
«ah! ciao. no, mamma non c’è..dimmi tutto!»
«ti ritrovi per caso un fagiolo secco?»
«……………….UN FAGIOLO SECCO?»
«sì!»
«mah..non saprei, posso provare a cercarlo..»
«..io sto sul balcone quando lo trovi DIMMELO!»
PLUNK!
«…»

ora, che la mia vicina abbia dei problemi di comunicazione, questo si sa (è molto diretta, forse troppo, non dice mai chi è al telefono, e soprattutto non chiede ma pretende), che mia madre la assecondi puntualmente nelle sue pretese, questo pure si sa. in ogni caso, nonostante lei sia abbastanza giovane e discretamente carina, faccia l’infermiera e viva con il marito e la figlia in uno scenario barilliano…mi sento di voler testimoniare che periodicamente manifesta evidenti sintomi se non proprio schizofrenici, quanto meno “schizolabili”.

Maggio 18, 2009

non è francesca

ore 13.03
squilla il cellulare
è un 322 finale:

«pronto?»
«pronto? è francesca?»
«no..credo abbia sbagliato  numero»
«non è francesca?»
«no..mi dispiace»
«ah…uh..scusami…»
«niente figurati..»
«buona giornata eh..»
«anche a te..»
PLUNK!

ore 15.21
TI-TI-TI-TI-TI! messaggino.
è il 322 finale:
«ok, ciao, come dici tu, un bacio….»

vabè, allora se sei scettico dillo!