luglio 1, 2009...8:23 pm

immaginavo il futuro

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Hanno detto che dall’immaginazione del futuro dipende la vivibilità del presente. Io è da quando sono nata che immagino un sacco di cose, e anche se la maggior parte di quelle accadute sono state inaspettate, la mia immaginazione mi ha permesso di respirare, di godermi l’attimo, mi ha tenuta in vita. Per esempio a tre anni immaginavo di vivere sulla spiaggia con tanti gatti, a sei credevo che la mia casa sarebbe stata su un albero di olivo, a otto credevo che sarei stata la più meravigliosa e volteggiante pattinatrice sul ghiaccio, a dieci immaginavo il mio catalogo da stilista, a dodici sognavo di amare un uomo alto con i capelli neri, a venti di andare a vivere all’estero. E questo – nonostante abbia vissuto una vita in un banale appartamento di città saldamente piantato a terra, senza gatti, nuotando quando non camminavo, e pattinando raramente, e mi sia innamorata di un uomo biondo e di media statura che mi ha tenuta ancorata all’Italia – beh, mi è servito lo stesso.

Sì, ci sono state anche un sacco di cose che ho immaginato e realizzato, ma posso dire che la mia vita sia stata costituita realmente, effettivamente, materialmente, dalle cose che sono accadute, come da quelle che sono rimaste frutto della mia immaginazione. Perché queste ultime in qualche modo mi hanno fatto muovere, mi hanno fatto desiderare.

Poi a un certo punto è successa una cosa strana. Non so dire se il processo sia stato graduale o se sia stato qualcosa di simile a un improvviso cortocircuito. Fatto sta che ho cominciato a immaginarmelo talmente troppo, e in talmente tanti modi, questo futuro, che non era più credibile. Quando ho dovuto scegliere cosa studiare per diventare cosa, ho capito che non volevo diventare nessuna delle scatole che mi proponevano. Non ho potuto “scegliere”, ho potuto decidere che avrei studiato una cosa che mi piaceva studiare. Ho pensato che solo se avessi fatto ciò che davvero mi piaceva lo avrei fatto al meglio contribuendo al bene della comunità. Sono stata fortemente indecisa tra biologia, psicologia, lingue e lettere. Ero talmente tanto affascinata da ciascuna delle quattro che cominciavo a capire come, nella mia immaginazione, tutte “potevano essere”.

Mi immaginavo rispettivamente in un laboratorio di immunologia a spipettare e contare cellule, dietro una scrivania a scavare nelle emozioni dei miei pazienti, in una casa editrice a curare romanzi. Tutto questo poteva essere nella mia immaginazione, e molto altro ancora. Eppure in ognuna delle opzioni mi sarebbe mancata una parte di me. Volevo di più, volevo seguire la vocazione. Io la vocazione ce l’avevo, ma con il diventare qualcosa c’entrava poco. A me piaceva raccontare i fatti. Inventare, anche, ma da dietro le quinte. Testimoniare senza essere vista.

Pensai che il giornalismo fosse la cosa che si avvicinasse di più a questo desiderio, ma era un modo per tradurre il mio desiderio alla società, non esattamente il mio desiderio. Scelsi di studiare comunicazione, senza averlo mai immaginato. In un certo senso scelsi la non scelta, ma lo rifarei perché al di là del giornalismo che poi è tutt’altro, il concetto di comunicazione è l’interrogativo che più mi tiene sveglia, in un modo sorprendente e aggiungerei inaspettato.

Ma la storia di cui dicevo è un’altra: d’un tratto il futuro è diventato un concetto così astratto, così contaminato, così variabile, che non ho più saputo come caricarci sopra delle aspettative. Mi sono ripiegata sul presente, cos’altro potevo fare. Mi sono detta: se vivo bene il presente, il futuro verrà da sé. Mi sono anche detta: se oggi faccio quello che mi piace lo farò anche domani. L’oggi è il domani. Dunque non sono più responsabile del domani. Perché il domani è già oggi, non esiste, è un concetto inutile, dopotutto. Ammetto che incarnare questa credenza ha avuto effetti non indifferenti sul mio livello di cinismo e anche sulla mia capacità di reagire con distacco alle situazioni. Ma riconosco anche che mi ha aiutata parecchio a superare momenti ibridi che altrimenti sarebbero risultati letali.

Proprio con questa consapevolezza comincio a pensare che in fondo la mia dev’essere stata simile a una strategia di sopravvivenza. Sì, devo aver fatto qualcosa come schiacciare “pause” per sopravvivere al succedersi caotico degli eventi, liberatorio per alcuni versi, insostenibile per altri. Finché poi non ho smesso di pensare che fosse totalmente un “mio” problema, ma che fosse un problema del tempo che vivevo.

Penso a mia madre, a mio padre, quando avevano la mia età. Loro immaginavano perfettamente il loro futuro. Vedevano il lavoro per cui avevano studiato, la loro casa, e vedevano anche me. Quindi credevano. Quindi vivevano. Se dall’immaginazione del futuro dipende la vivibilità del presente, posso immaginare retroattivamente che vivessero abbastanza bene le loro giornate. Forse, immaginavano anche diversamente da noi, nel senso che inventavano poco.

Noi inventiamo tanto ma non immaginiamo più. Non solo non ci viene offerto il disegno della stabilità, un danno minimo per tutti quelli che non se lo sentono cucito addosso, ma soprattutto non ci viene offerta la possibilità di disegnare un’alternativa alla stabilità. Ho sempre pensato che il fatto che nessuno dopo gli studi mi avrebbe chiamato per il famoso posto fisso fosse una liberazione, io volevo veramente immaginarmelo il mio futuro, volevo crearmelo io, non volevo recitare semplicemente un copione già scritto.

nche il fatto di poter uscire fuori dalle forme di convivenza già codificate mi appariva come una possibilità di inventare relazioni autentiche, tenute in vita da se stesse e non dall’esterno. Ma non avevo dato abbastanza peso a come questa liberazione dalla “stabilità” non fosse in realtà una conquista, bensì un semplice dato di fatto che la mia generazione si trovava a condividere. Le stesse convivenze sono diventate instabili in un modo che non rientra affatto nel concetto che avevo di “imprevedibilità”: perché la loro forma sfugge ai miei “voglio”, dunque alla potenza della mia immaginazione.

Adesso mi chiedo che effetti può avere la confusione del desiderio di flessibilità come possibilità di immaginare strade che ci assomiglino, con la precarietà esistenziale e con la fine dell’immaginario sul futuro. L’invenzione con l’impotenza. La resistenza al dolore con il dolore. A un tratto mi sembra tutto così chiaro, e questa confusione così palese..che il presente si rivela per quello che è: decisamente insostenibile.

4 commenti

  • sei bravissima.
    (ps: certo che se fossi diventata una psicologa sai che studio che potevamo aprire…? ahahahahah)

  • grazie splendida fanciulla, quando diventerai una psicologa io sarò cliente fissa e ti darò di che vivere. questo è poco ma sicuro (sconto 3×2 sedute però..)

  • Carissima…leggo le tue riflessioni, che mi trovo a condividere in gran parte…e mi complimento per la modalità, al contempo fresca, agile e profonda, con cui le motivi.
    Ma c’è sempre un “tuttavia” dietro l’angolo – un buon pezzo, che fa pensare, stimola repliche…
    Forse perchè sono un po’ più “vecchia”, quindi una sorta di apripista di questa generazione che non riesce ad immaginare il futuro, ti inviterei a fare un passo in avanti – o indietro – e, come diceva il monaco viet Thich Nhat Hanh, a pensare di trasformare i problemi in soluzioni. Non riesco a non pensare, infatti, che possiamo essere artefici di cambiamento, che se la situazione socio-politica ed economica costruita dalla “certezza” dei nostri genitori – certi anche nella dogmatica della protesta – la nostra incertezza possa essere foriera di destini migliori…o catastrofici, comunque diversi. E forse il cambiamento deve essere ancora più radicale di come lo immaginiamo, ancora prigionieri di schemi di realizzazione pre-dati…e mantengo l’anfibologia del senso… siamo diventati troppo pigri, intellettualmente, politicamente, immaginativamente, e aspettiamo che qualcuno o qualcosa ci “riconsenta” di immaginare il nostro futuro, di pensarlo e, soprattutto, realizzarlo.
    Non è tempo, invece, di cambiare forme e schemi “insostenibili”, per usare termini cari alla cooperazione, e divenire artefici di mutamento???
    I miei nonni hanno combattuto il fascismo…c’è sempre modo di cambiare.

    P.S. Qualcuno, qui in “oriente” non sarebbe d’accordo sulla necessità di progettualità per il futuro…ma questa è un’altra storia….e non la nostra, se non in parte.

    Brava.

  • ciao “vecchia”, leggerti qui è veramente un piacere (paragonabile al pappamento di un cremino con il cioccolato fondente che scrocchia sotto i denti mentre te ne stai sdraiata in veranda di sera, per farti capire). le tue parole mi fanno pensare a un sacco di cose. forse perché conosci bene culture lontane dalla nostra. eppure ogni volta che parli di queste visioni del mondo mi sembrano così vicine al mio modo di esistere, che alla fine è la mia cultura a sembrarmi distante. anch’io non riesco a smettere di credere che possiamo cambiare qualcosa. e sul rapporto col futuro mi piacerebbe lasciare da parte la progettualità, e mantenere l’immaginazione, con la sua carica potente e tuttavia meno vincolante del progettare. perché il progetto implica l’aspettativa, l’immaginazione invece si basta da sola. e se la cosa non si realizza nel primo caso ha qualcosa di molto più pesante da deludere. essere capaci di immaginare e avere delle aspettative sono due modi di desiderare che non coincidono perfettamente. nel mio vivere quotidiano sento questo. le aspettative le ho eliminate perché sono il modo migliore di rovinarti la vita. però l’immaginazione è un’altra cosa. e credo che il futuro aspettato e quello immaginato siano due futuri. nel secondo c’è uno sforzo creativo in più che è anche libero dall’attesa della realizzazione perché in un certo senso conicide con la realizzazione. questo per spiegare che la mia necessità di immaginare il futuro non coincide necessariamente con la necessità di progettarlo. credo, che sia stata proprio la storia dei progetti a farci smettere di immaginare. pensa solo ai contratti di lavoro. contratti a progetto. ci fanno seguire un progetto. ci chiedono di realizzare un progetto. ci pagano per un progetto. il progetto di qualcun’altro, la maggior parte delle volte, e non il nostro. progetto che spesso e volentieri non si intravede neppure. insomma, può darsi che dobbiamo imparare ancora e in modi nuovi a immaginare, a inventare, il futuro. mi ricordo che studiando una poesia di montale che mi piaceva moltissimo (forse un mattino andando in un’aria di vetro) avevo letto di una cultura indigena americana che aveva una immaginazione spaziale del tempo praticamente opposta alla nostra. loro praticamente immaginavano il loro corpo posizionato con il passato in faccia e il futuro alle spalle. lo scorrere del tempo era insomma un movimento all’indietro nonostante il suo andare avanti. cioè, credo che al futuro si affidassero ciecamente, come ci si può lasciar andare per gioco tra le braccia di una persona cara. non credo che significhi per forza passività e totale mancanza di ambizione e creatività. può darsi che ci siano altri modi di immaginare il futuro, di cui dobbiamo tenere conto per vivere meglio adesso.

    grazie della possibilità che mi hai dato di arrivare a queste riflessioni inaspettate :)


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